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Rame è la serie podcast di una community che vuole sfatare il tabù dei soldi. Nasce all'interno di una piattaforma (www.rameplatform.com) che attraverso i suoi contenuti si pone l’obiettivo di avviare una rivoluzione culturale nella società, che trasformi la finanza personale in un argomento di conversazioni audaci e liberatorie. Annalisa Monfreda, ogni settimana, dialoga con un ospite diverso seguendo il filo della sua storia economica. Parlare di soldi può essere intimo e coinvolgente, rivelatorio ed eccitante. E si finisce sempre per svelare chi siamo e ciò in cui crediamo.
- 249 - La bussola del desiderio 04. Ilaria Gaspari: “Allenare il desiderio non significa limitarlo”
Nella quarta puntata de La bussola del desiderio, Annalisa Monfreda incontra Ilaria Gaspari, scrittrice e filosofa, per esplorare una forma di difesa molto comune: non desiderare troppo, per non esporsi troppo. Gaspari racconta di aver a lungo cercato di proteggersi proprio così, riducendo le aspettative e tenendo sotto controllo ciò che voleva. Ma il prezzo, dice, è alto: il desiderio è anche “una forma di conoscenza molto profonda”, perché ci rende vulnerabili e proprio per questo ci aiuta a capire meglio noi stessi e gli altri.
La sua personale mappa del desiderio parte da Piccole donne e da Jo che scrive in soffitta, passa per il desiderio di diventare scrittrice e per tutti i modi in cui ha cercato di sabotarlo, fino al punto in cui scrivere è diventato quasi un bisogno fisico. “Io ho la sensazione che esisto al 100% quando sto scrivendo”, racconta, eppure ancora oggi tende a negarsi proprio quel tempo, riempiendolo di altro. È qui che emerge uno dei nodi più forti della puntata: a volte non ci manca il desiderio, ci manca l’autorizzazione a prenderlo sul serio.
Gaspari attraversa anche i desideri più piccoli, quelli che fanno rumore e possono distrarci da ciò che vogliamo davvero: i rossetti comprati in serie, i regali fatti agli altri invece che a sé, il bisogno di riconoscimento che può diventare ricatto. “Allenare il desiderio non significa limitarlo, castrarlo”, dice. Significa piuttosto prenderne coscienza, interrogarlo, osservarne gli effetti sul corpo e sulla nostra vita, e imparare a distinguere ciò che ci fa bene da ciò che ci consuma.
Nella seconda parte della puntata continua la Masterclass del desiderio con Martina Moraschi di Sella Personal Credit. Questa volta il desiderio viene portato dentro la vita concreta: quanto costa davvero, non solo in denaro ma anche in tempo ed energie? E come possiamo smettere di sabotarlo e iniziare invece a riservargli uno spazio reale? Costruiamo così il Budget del desiderio, uno strumento per trasformare il desiderio in una voce del bilancio approvata e protetta, senza farlo diventare né colpa né impulso.
Per seguire la masterclass passo dopo passo, scarica il PDF guida. È lo strumento di accompagnamento dell’intero percorso, con gli esercizi, le domande e lo spazio per lavorare su un desiderio reale mentre ascolti.
La bussola del desiderio è un podcast realizzato da Rame in collaborazione con Sella Personal Credit.Tue, 03 Nov 2026 - 19min - 248 - Longevity Talk 04. Longevity planning: come pianificare finanziariamente una vita più lunga | Emanuela Notari
Nell'ultima puntata di Longevity Talk, Annalisa Monfreda affronta il tema del Longevity Planning insieme a Emanuela Notari, esperta di demografia e pianificazione della longevità. Una guida pratica per affrontare la rivoluzione demografica e arrivare finanziariamente ed emotivamente preparati a una vita più lunga.
Cosa scoprirai in questo video:
I 20 anni in più e la nuova mappa della vita: come è cambiato il ciclo di vita tra i 60 e i 75 anni
Cos'è il Longevity Risk: il rischio di sopravvivere ai propri risparmi e come strutturare un welfare individuale
Pensione pubblica e Previdenza Integrativa: le riforme demografiche, il tasso di sostituzione e l'importanza del TFR nei fondi pensione
I quattro capitali della longevità: capitale finanziario, fisico, umano e relazionale
Gli obiettivi finanziari e la maratona della vita: come mettere a fuoco i traguardi futuri insieme a Diego Rizzuto di Taxi1729:
Il podcast è realizzato in collaborazione con Credem Banca.
Wed, 28 Oct 2026 - 43min - 247 - Longevity Talk 03. Inflammaging e sistema immunitario: come calcolare e ridurre l’età biologica | Prof. Alberto Beretta
Nella terza puntata di Longevity Talk, Annalisa Monfreda ospita il Prof. Alberto Beretta, immunologo e direttore scientifico di Solongevity. Un'analisi approfondita sul legame tra sistema immunitario, infiammazione cronica e invecchiamento corporeo.
Cosa scoprirai in questo video:
Gli Hallmarks of Aging e l'Inflammaging: perché ci invecchiamo infiammandoci e come funziona la resilienza immunitaria
Genetica vs Esposoma: l'impatto del 55% della genetica e come condizionare il restante 45% con lo stile di vita
Integrazione nutrizionale e vaccini: il ruolo della vitamina B3 (NAD+), vitamina D, Omega 3 e la protezione cardiovascolare dei vaccini
Orologi biologici ed età biologica: le opportunità e le cautele della misurazione dei dati di salute
La visione interna ed esterna: come superare l'illusione dell'eccezionalità e preparare un Longevity Plan adeguato insieme a Diego Rizzuto di Taxi1729:
Il podcast è realizzato in collaborazione con Credem Banca.
Wed, 28 Oct 2026 - 34min - 246 - Longevity Talk 02. Come prevenire Alzheimer e demenze: allenare il cervello e dormire bene | Prof.ssa Maria Salsone
Nella seconda puntata di Longevity Talk, Annalisa Monfreda dialoga con la Prof.ssa Maria Salsone, primaria di neurologia e direttrice del Brain Health Service del Policlinico San Donato. Scopriamo quali meccanismi regolano l'invecchiamento cerebrale e quali scelte quotidiane permettono di proteggere la lucidità e la memoria nel tempo.
Cosa scoprirai in questo video:
Invecchiamento fisiologico e patologico: i fattori che determinano il deposito di beta-amiloide e proteina Tau
La prevenzione primaria e i farmaci innovativi: l'impatto degli anticorpi monoclonali e la finestra di intervento di 15-20 anni prima dei sintomi
I fattori di rischio modificabili: come intervenire sui 19 fattori indicati da Lancet e OMS per prevenire le demenze
La palestra del cervello: il ruolo reale di enigmistica, esercizio fisico aerobico, sonno di qualità e alimentazione
I contratti di Ulisse e il risparmio: come la finanza comportamentale ci aiuta ad azzerare le tentazioni e automatizzare il nostro futuro insieme a Diego Rizzuto di Taxi1729
Il podcast è realizzato in collaborazione con Credem Banca.
Wed, 28 Oct 2026 - 34min - 245 - Longevity Talk 01. Dieta mima-digiuno e longevità: vivere fino a 110 anni in salute | Prof. Valter Longo
In questa prima puntata di Longevity Talk, Annalisa Monfreda intervista il Prof. Valter Longo, tra i massimi esperti mondiali di longevità e direttore del Longevity Institute dell'Università della California del Sud. Un viaggio scientifico per scoprire come vivere più a lungo e, soprattutto, in salute.
Cosa scoprirai in questo video:
I segnali biologici dell'invecchiamento: cosa succede alle cellule e ai mitocondri nel corso degli anni;
Dieta Mima Digiuno e restrizione calorica: come attivare l'autofagia e i processi di rigenerazione cellulare;
I pilastri della Dieta della Longevità: quali alimenti inserire nel piatto quotidiano e la verità sul digiuno intermittente;
Prevenzione e costo della salute: perché la nutrizione è l'investimento più accessibile per ridurre il rischio di malattie croniche;
Psicologia del risparmio e futuro: come superare il "present bias" e iniziare oggi a prendersi cura del proprio domani insieme a Diego Rizzuto di Taxi1729
Il podcast è realizzato in collaborazione con Credem Banca.
Wed, 28 Oct 2026 - 35min - 244 - Trailer. Dal 28 ottobre la nuova serie spin-off di Rame: Longevity Talk
Vivremo più a lungo. La vera domanda è: come ci arriveremo?
In Longevity Talk, Valter Longo, Maria Salsone, Alberto Beretta ed Emanuela Notari ci aiutano a capire che cosa possiamo fare oggi per vivere meglio gli anni in più che abbiamo davanti.
Alimentazione, cervello, prevenzione, salute e pianificazione finanziaria: quattro conversazioni per prepararci alla lunga vita di domani.
Un podcast di Rame, in collaborazione con Credem Banca.
Tue, 27 Oct 2026 - 00min - 243 - La bussola del desiderio 03. Elisa Cuter: “Il desiderio ci fa scoprire chi siamo”
Nella terza puntata de "La bussola del desiderio", Annalisa Monfreda incontra Elisa Cuter, giornalista, saggista e autrice di Ripartire dal desiderio, per esplorare una delle tensioni più profonde del nostro tempo: da una parte progettiamo identità, carriere e vite sempre più coerenti; dall’altra il desiderio autentico tende a fare esattamente il contrario. “Ci disorienta”, dice Cuter, perché non conferma chi pensavamo di essere: può portarci verso qualcosa di inatteso, persino in conflitto con l’immagine che avevamo costruito di noi.
Cuter racconta questa frattura anche attraverso la propria esperienza della maternità, a lungo percepita come incompatibile con la sua identità e con il suo femminismo, fino a diventare invece un desiderio capace di rompere quella “impalcatura”. Il desiderio, allora, non coincide con la curatela della propria identità e nemmeno con l’obbligo di essere sempre coerenti, giusti, irreprensibili. Può aprire conflitti, costringerci a cambiare idea su noi stessi, e per questo richiede una certa dose di coraggio.
Ma quanto spazio resta per questo movimento quando il futuro è precario? Cuter lega il desiderio anche alla sicurezza materiale e alla fiducia: se ci sentiamo soli davanti agli imprevisti, diventiamo più prudenti, accumuliamo, ci difendiamo. Una base economica e sociale più solida, invece, può rendere possibile proprio ciò che il desiderio ha di più interessante: “degli esiti inattesi”, la possibilità di cambiare strada, di scegliere una vita diversa da quella prevista.
Nella seconda parte della puntata continua la Masterclass del desiderio, il percorso pratico che accompagna tutta la serie. Questa volta, con Martina Moraschi di Sella Personal Credit, inseriamo una piccola frizione tra il “lo voglio” e il “clicco”: facciamo la prova del tempo, sperimentiamo una versione piccola e a basso rischio del nostro desiderio e, se resiste, iniziamo a trasformarlo in un progetto vero, mettendo nero su bianco costi, risorse, tempi e rinunce necessarie per proteggerlo.
Per seguire la masterclass passo dopo passo, scarica il PDF guida. È lo strumento di accompagnamento dell’intero percorso, con gli esercizi e le domande da applicare a un desiderio reale mentre ascoltate.
La bussola del desiderio è un podcast realizzato da Rame in collaborazione con Sella Personal Credit.
Tue, 20 Oct 2026 - 13min - 242 - Episodio 150. Sono ricca, ma mio fratello ha più diritto di me ai soldi
Emma ha 30 anni, vive in un piccolo paese in Abruzzo ed è cresciuta in una famiglia molto benestante. I soldi, però, non sono mai stati soltanto abbondanza. Nella sua famiglia sono anche un’ombra: stanno dietro a vecchie eredità, aziende, litigi tra fratelli e rapporti che a un certo punto si interrompono. Quando Emma è ancora bambina, suo padre smette di frequentare i propri fratelli. Lei cresce così in un nucleo ristretto, dove il denaro dà sicurezza ma ha già mostrato di poter dividere una famiglia.
Da adolescente Emma riceve una paghetta molto generosa, ne spende una parte e il resto lo mette da parte. Non sente l’urgenza di lavorare per mantenersi e sa di avere alle spalle una famiglia che può sostenerla. Finché quella stessa sicurezza, molti anni dopo, non diventa il terreno di un nuovo conflitto. Suo fratello decide di lasciare l’azienda di famiglia e chiede al padre una somma importante per avviare una nuova attività. Emma scopre che la richiesta è stata tenuta nascosta proprio a lei e che, almeno inizialmente, suo fratello dovrebbe ricevere quei soldi mentre lei no. Si oppone. «Non ci dovevo fare nulla con quel denaro, però volevo la mia parte».
Alla fine il padre dà la stessa cifra a entrambi. Ma ciò che colpisce Emma è la reazione che la sua richiesta scatena. «Io ero diventata una pazza, una strega, mi hanno detto che ho il demonio dentro. Ma io stavo solo dicendo: com’è possibile? Non ho mai chiesto un euro in più rispetto a mio fratello». A poco a poco si accorge che quella reazione contiene qualcosa che all’inizio non aveva visto. Sua madre glielo dice quasi come se fosse una regola ovvia: «È risaputo che i maschi nelle famiglie pretendono di più, che si cerca di dare di più al maschio».
È lì che Emma capisce che il conflitto non riguarda soltanto quanto denaro spetti a ciascuno. Riguarda chi, dentro una famiglia, è autorizzato a pretendere e chi invece dovrebbe essere disposto a rinunciare. Suo fratello può chiedere di più; è Emma, rifiutandosi di avere meno, a essere accusata di aver creato il problema. «Non si è mai parlato del fatto che lui chiedesse di più, ma si è parlato del fatto che io non ho accettato».
Eppure Emma è cresciuta con un’idea molto precisa di cosa significhino i soldi per una donna. Gliel’ha trasmessa sua nonna, che non aveva studiato e aveva vissuto il matrimonio anche come una necessità economica. A lei ripeteva che la sua vita sarebbe stata diversa: avrebbe avuto un lavoro, un’azienda, la possibilità di andarsene se avesse voluto. «Per me i soldi sono, soprattutto per una donna, libertà».
Tue, 13 Oct 2026 - 13min - 241 - La bussola del desiderio 02. Luigino Bruni: “Non sempre desideriamo ciò che ci rende felici”
Prosegue il nostro viaggio dentro il desiderio, per capire da dove nasce, che cosa promette e dove ci porta.
Nella seconda puntata del podcast La Bussola del desiderio Annalisa Monfreda incontra l’economista Luigino Bruni per capire come mai non sempre desideriamo ciò che poi ci rende felici. Quando il reddito cresce, spesso crescono anche le aspettative; ci abituiamo in fretta a molti beni e alziamo continuamente l’asticella di ciò che vorremmo. Il punto non è che comprare ci renda meno felici, ma che non tutti i desideri producono lo stesso tipo di benessere, né lo fanno con la stessa durata. Con Bruni esploriamo proprio il rapporto tra desiderio, felicità e beni relazionali.
A seguire, la seconda tappa della Masterclass del desiderio. Con Martina Moraschi di Sella Personal Credit portiamo un desiderio nel futuro e proviamo a guardarlo come se fosse già parte della nostra vita. Ci chiediamo che cosa ci lascia davvero: più libertà, più tempo e più energia, oppure solo più stress e attenzione da gestire? Un piccolo viaggio in avanti per scoprire se ciò che oggi ci attrae saprà ancora farci stare bene domani, anche nelle relazioni con chi ci sta accanto.
Per seguire la masterclass passo dopo passo, scarica il PDF guida: è pensato come strumento di accompagnamento, con gli esercizi da fare e uno spazio in cui annotare i propri desideri, le risposte e quello che emerge lungo il percorso.
La bussola del desiderio è un podcast realizzato da Rame in collaborazione con Sella Personal Credit.
Mon, 05 Oct 2026 - 23min - 240 - Episodio 149. Non cercavo solo un lavoro. Cercavo la prova che i soldi investiti su di me fossero serviti
Andrea ha 28 anni, fa il product designer ed è cresciuto a Bergamo Alta, in una grande casa di famiglia che oggi si trova in una delle zone più ricercate della città. Eppure lui è figlio di impiegati e nipote di contadini. A scuola, circondato dai figli delle famiglie più in vista, desidera ciò che gli altri hanno; in casa, invece, la madre gli insegna a farsi bastare i soldi e a usarli solo per ciò che serve davvero. Di quell’educazione Andrea si porta dietro ancora oggi una certa apprensione: «Penso di avere una pessima relazione con i soldi, perché mi porto dietro questo senso di angoscia: la paura costante di fare la scelta sbagliata».
La stessa prudenza entra presto anche nelle scelte sul futuro. Andrea si sente più portato per un liceo, ma i genitori gli consigliano l’Istituto Tecnico, la scuola frequentata prima da suo padre e da suo nonno: una scuola che, se un giorno avesse deciso di non continuare a studiare, gli avrebbe comunque permesso di trovare lavoro in fretta.
Dopo il diploma, però, Andrea prende un’altra strada. Si iscrive al Politecnico di Torino, poi continua a Milano e infine a Parma, con un corso di specializzazione. I genitori lo sostengono economicamente per tutto il percorso. È un aiuto che nessuno gli chiede di restituire, ma che nella sua testa finisce per trasformarsi in un debito. Tanto più quando la vendita della casa di famiglia porta a lui e alla sorella una somma destinata, un giorno, all’acquisto di una casa. «Forse questo senso di colpa arriva da lì: dalla sensazione di avere sempre le spalle coperte».
Quando finalmente arriva il momento di lavorare, Andrea si scontra con due idee molto diverse di che cosa un lavoro debba essere. Per i suoi genitori conta soprattutto che trovi un’occupazione e diventi autonomo. Per lui non basta. Dopo tanti anni di studio, e dopo tutti i sacrifici fatti anche dalla sua famiglia, il lavoro deve dimostrare che quel percorso è servito a qualcosa. «Ho studiato, ho fatto dei sacrifici e ne ho fatti fare, quindi adesso non posso accontentarmi e prendere quello che c’è».
La ricerca dura mesi. I risparmi accumulati con il servizio civile finiscono. Nei colloqui c’è chi guarda il suo curriculum e si ferma sul diploma tecnico, quasi che gli anni di formazione successivi non contassero. Intanto i suoi ex compagni di scuola lavorano già da nove o dieci anni. «Ho fatto un percorso così diverso da sembrarmi quasi sbagliato».
Dopo un periodo con la Partita Iva arriva finalmente un contratto in azienda, con uno stipendio fisso di 1900 euro. «Sono uscito dal colloquio e sono proprio scoppiato a piangere». Per Andrea quel lavoro non significa soltanto avere uno stipendio. Significa poter dire ai genitori che ce l’ha fatta, dare un senso agli anni investiti nella formazione e, forse, iniziare a sciogliere il legame tra denaro e senso di colpa. «Spero che mi aiuti ad avere con i soldi una relazione diversa da quella che ho avuto finora, senza sentirmi in colpa».
Wed, 30 Sep 2026 - 12min - 239 - La bussola del desiderio 01. Maura Gancitano: “Il desiderio vero può essere imperfetto e può farci paura”
Nella prima puntata de La bussola del desiderio, Annalisa Monfreda incontra Maura Gancitano, saggista, opinionista e cofondatrice di Tlon, per provare a capire come si ritrova una bussola quando siamo immersi in stimoli, immagini, modelli e possibilità che ci dicono continuamente che cosa dovremmo volere.
Maura parte da una pratica della filosofia antica, la ricapitolazione serale, e da uno strumento semplicissimo: la scrittura. “La scrittura è una tecnologia”, dice, e può aiutarci a costruire una vera autobiografia dei nostri desideri e dei nostri acquisti, per riconoscere gli schemi che si ripetono e capire che cosa ci lascia davvero qualcosa e che cosa, invece, “perde la sua luccicanza un momento dopo”.
Il punto non è sottrarsi ai desideri collettivi o smettere di comprare. È capire che cosa cambia davvero la qualità della nostra vita e per quanto tempo. Perché oggi molte mancanze ci arrivano attraverso immagini selezionate, vite viste da lontano, promesse di essere più belle, più organizzate, più “in ordine”. E dentro questa pressione continua rischiamo di dimenticare una dimensione fondamentale: la sostenibilità umana, cioè ciò che possiamo davvero reggere senza trasformare ogni desiderio in una nuova prova da superare.
Nella seconda parte della puntata comincia la Masterclass del desiderio, il percorso pratico che accompagna tutta la serie e traduce la riflessione sul desiderio in esercizi, domande e piccoli test di realtà da applicare alla propria vita. In questa prima tappa, insieme a Martina Moraschi di Sella Personal Credit, lavoriamo su tre domande per capire da dove arriva ciò che desideriamo, quanto pesa lo sguardo degli altri e che bisogno stiamo davvero cercando di soddisfare quando vogliamo comprare qualcosa.
Per seguire la masterclass passo dopo passo, scarica il PDF guida: è pensato come strumento di accompagnamento, con gli esercizi da fare e uno spazio in cui annotare i propri desideri, le risposte e quello che emerge lungo il percorso.
La bussola del desiderio è un podcast realizzato da Rame in collaborazione con Sella Personal Credit.
Tue, 22 Sep 2026 - 20min - 238 - Episodio 148. Ho trasformato la paura della povertà nella spinta a chiedere di più
Sara ha 43 anni, vive a Roma e lavora nelle relazioni internazionali di un'organizzazione. Cresce nel ceto medio italiano degli anni Ottanta: mamma a casa, papà che provvede a tutto, scuola cattolica privata, estati a Sperlonga. Poi muore il nonno, che ha un'impresa di costruzioni, e l'eredità da spartire tra i sei figli diventa una causa che dura più di dieci anni. In casa, quel contenzioso spezza le relazioni familiari e cancella la leggerezza del passato: «Abbiamo dovuto iniziare a stare attenti a ogni spesa», racconta. In quel momento, Sara introietta un pensiero di scarsità: «Il denaro è qualcosa che manca sempre. Di conseguenza, devo ridimensionare continuamente i miei bisogni e i miei desideri».
Durante l’università, lavora come babysitter e come libraia. Tutto ciò che guadagna o lo reinveste in formazione o lo lascia sigillato su un conto. «C'è stato un periodo in cui non mi sono comprata neanche un vestito e non sono mai andata dal parrucchiere». Sara entra nel mondo del lavoro e continua a risparmiare. «Un freno a mano automatico mi impediva di distinguere tra le spese che potevano essere un investimento e le altre. Da una parte ero orgogliosa della mia capacità di controllo, dall'altra la vivevo come una limitazione e mi chiedevo: “Perché non posso essere serena con le questioni di denaro come lo sono i miei coetanei?”».
Quando nasce sua figlia, a quindici giorni di vita ha il collo bloccato: serve fisioterapia subito e nel pubblico i tempi rischiano di compromettere la guarigione. I soldi accumulati per anni escono tutti insieme. «Per la prima volta non solo ho lasciato andare il denaro, ma ero felice di farlo». E questa sensazione Sara inizia a provarla anche per altri tipi di spesa. «Quelle legate al benessere, alla gioia di stare in famiglia, tutte cose che non hanno prezzo»
Da quel momento l’idea di scarsezza interiorizzata da ragazza cambia polarità. E diventa una spinta propulsiva a cercare di guadagnare di più. Nel 2023, quando una vecchia azienda torna a cercarla, Sara si siede per la prima volta al tavolo delle trattative e non cede di una virgola. Oggi guadagna 33.000 euro lordi l'anno, ma quella cifra non rappresenta il suo punto d'arrivo, è stata solo il primo passo di una nuova postura verso la vita e la professione.
Tue, 15 Sep 2026 - 14min - 237 - Episodio 147. Ci sono volute 300 visite mediche, e 12.000 euro, per diagnosticare la mia malattia
Cristina ha 41 anni, vive a Pavia e si occupa di progettazione in ambito sportivo e sociale. La sua ricerca di indipendenza comincia presto. A diciassette anni lavora già nei fine settimana tra i tavoli di un ristorante e un negozio di abbigliamento. A ventidue anni si trasferisce a Milano, per un impiego in uno studio legale, affrontando per la prima volta i costi della quotidianità tra affitto e bollette. Guadagna prima 1.000 e poi 1.200. Dopo quattro anni sceglie di rinunciare alla stabilità del contratto a tempo indeterminato per aprire la partita Iva e tornare a ciò che aveva studiato, grafica pubblicitaria. «In quel momento, presa dall'adrenalina e dalla voglia di fare, non ho pensato minimamente ai rischi».
Quando l'attività in proprio trova il suo ritmo e i conti iniziano a quadrare, qualcosa nel corpo di Cristina smette improvvisamente di funzionare. È il 2015. Nessun dolore eclatante all'inizio, solo una serie di segnali anomali e sconnessi tra loro, tra cui un arrossamento al palato, strane emicranie e un braccio che rimane intorpidito per un giorno intero. Le prime visite mediche non riscontrano alcuna patologia, dando inizio a un percorso di ricerca lungo quattro anni che conteggerà trecento prestazioni sanitarie, per un costo complessivo di circa 12.000 euro. In quel momento, il lavoro passa inevitabilmente in secondo piano e i pochi guadagni vengono assorbiti dalle spese mediche private, costringendola a chiudere la partita Iva e a tornare a vivere con i genitori. La diagnosi definitiva arriva nel 2019: si tratta di una malattia cronica autoimmune.
Nel valutare come sia riuscita a superare quel periodo, Cristina attribuisce un ruolo fondamentale alla fortuna di aver avuto accanto una rete di persone in grado di sostenerla sul piano economico, fisico e morale. «Ma gran parte delle persone, o molte persone, non hanno questa rete, e quindi si ritrovano o a non avere supporto economico, o a non avere supporto sociale, o a non avere niente. E questo purtroppo incide tantissimo: sulla patologia, sullo stile di vita, sull'intera esistenza della persona».
Oggi Cristina ha riorganizzato la propria vita partendo da un lavoro a tempo parziale e da una routine adatta alle sue condizioni fisiche; e ogni giorno compie piccole scelte quotidiane con l'unico obiettivo di preservare il proprio benessere.
Wed, 09 Sep 2026 - 13min - 236 - Episodio 146. Il giorno in cui ho detto ai miei anziani genitori: parliamo di soldi
Rossana ha 34 anni, lavora in uno studio di design e vive a Lomazzo, tra Como e Milano, dove è cresciuta in una famiglia piccola e silenziosa. «I soldi non erano un argomento di cui parlare, forse erano anche una volgarità».
Al posto delle parole, però, ci sono i gesti: una spesa fatta con attenzione, un aiuto dato senza domande. E una rete tesa sotto i piedi che permette a Rossana scelte che ad altri sembrerebbero azzardate: lasciare un luogo di lavoro tossico senza un piano B, passare dalla correzione di bozze ai seicento euro di uno stage, arrivare a un lavoro stabile senza aver mai rincorso lo stipendio. «Il mio paracadute sono sempre i miei genitori. Una cosa che mi hanno garantito è la possibilità di essere serena e di poter scegliere, senza far decidere ai soldi che lavoro dovessi fare».
A Rossana, quindi, non è mai mancato il denaro, né l'esempio di come gestirlo: la madre aveva lavorato in Borsa e, fin da giovanissima, le aveva fatto aprire un conto e accedere ai suoi primi investimenti. Ciò che le è mancato è stato il contesto, il perché delle scelte: si è ritrovata con gli strumenti, senza le istruzioni. Il conto lo gestisce Rossana con il consulente; i genitori non sono mai entrati nel merito, né hanno condiviso con Rossana il loro modo di gestire il denaro. «La cosa bella è che ho la mia privacy; quella meno bella è che sono un po' allo sbaraglio, per conto mio».
Poi arriva un figlio, e il vuoto smette di essere una faccenda solo sua. Rossana fa quello che nessuno le aveva insegnato: prende l'iniziativa e apre con i genitori la conversazione sui soldi che non c'era mai stata. Chiede cosa sarà di loro quando invecchieranno, come funzioneranno le cose quando il figlio sarà grande. Si fa mostrare l'estratto conto, immagina una linea del tempo, decide come tenere fermo un cuscinetto e investire il resto. E per la prima volta i soldi smettono di servire solo a colmare vuoti o accumulare sicurezza, e iniziano a spalancare possibilità per chi viene dopo. «Adesso stiamo concordando il modo in cui potranno contribuire a creare un futuro per mio figlio».
Wed, 02 Sep 2026 - 12min - 235 - Episodio 144. 27mila euro di Ral per fare ciò in cui credo, 82mila per tradirlo
Flavia ha 33 anni, viene da Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa, ed è cresciuta in una famiglia di imprenditori agricoli. In casa il lavoro occupava quasi tutto: i suoi genitori investivano continuamente nell’azienda, rinunciavano alle vacanze e consideravano molte spese legate al piacere come superflue. Da quel modello Flavia eredita due convinzioni: che più si lavora, più si guadagna, e che la rinuncia sia il modo normale di gestire il denaro.
Il confronto con vite diverse le fa però intravedere un’altra possibilità. Attraverso lo studio cerca non soltanto un lavoro, ma una forma di emancipazione dalla fatica che aveva visto in casa. Dopo la laurea in Biotecnologie mediche si trasferisce a Barcellona per un dottorato, senza nemmeno chiedere quanto avrebbe guadagnato. A muoverla è un’idea romantica della ricerca e delle vite che avrebbe potuto contribuire a salvare.
Con il tempo, però, quel sogno si ridimensiona. Il lavoro in laboratorio richiede moltissime ore e sacrifici, ma non le permette di costruire l’autonomia che cercava. Da postdoc guadagna 27 mila euro lordi l’anno, continua a vivere in una casa condivisa e non riesce a immaginare un futuro diverso. È allora che l’equazione con cui è cresciuta - più lavori, più guadagni - si rivela falsa. «Mi frustrava lavorare molto, sacrificare molto della mia vita privata, senza avere quel ritorno economico che invece vedevo nei miei».
Dopo aver lasciato l’università e Barcellona, Flavia torna per un anno a casa dei genitori e, con l’aiuto di un career advisor, prova a tenere insieme soddisfazione e sicurezza economica. Durante la ricerca arriva un’offerta da 70 mila sterline, circa 82 mila euro, per lavorare in un’azienda di pesticidi. È quasi il triplo della sua Ral da ricercatrice, ma il settore entra in conflitto con ciò in cui crede. «Non mi faceva dormire la notte». Alla fine sceglie una startup scientifica, con una Ral di 34 mila euro: meno denaro, ma la possibilità di non separare del tutto il lavoro dalla persona che vuole essere.
Tue, 21 Jul 2026 - 16min - 234 - Episodio 142. I miei genitori hanno investito su di me. Ora devo farcela
Irene ha 30 anni e vive a Firenze, dove suona e insegna violino. Cresce a Varese e fin da piccola sogna una casa più grande di quella in cui vive, ma quel desiderio non diventa mai una bussola per le sue scelte. A cinque anni inizia a suonare il violino, e per tutta l’adolescenza la musica resta una promessa intatta. È solo lasciando Varese, e trasformando quella passione in un percorso di studio e poi in una professione, che Irene si scontra con la vera vita del musicista.
Quella vita, Irene la incontra a Firenze, dove si trasferisce per studiare violino alla Scuola di Musica di Fiesole. Oggi in quella scuola insegna con un contratto a tempo indeterminato. A essere stabile, però, è solo il contratto. Il compenso orario si aggira intorno ai 20 euro lordi; il resto arriva dalle orchestre, con contratti di prestazione occasionale e pagamenti che possono richiedere mesi. «Sto ancora aspettando i soldi di concerti fatti a novembre del 2025». Sommando insegnamento e concerti, Irene arriva a guadagnare tra i mille e i milleduecento euro al mese: una cifra che non le garantisce ancora una piena autonomia, ma che non si allontana troppo dalla norma di un settore in cui, secondo l’Inps, nel 2023 il reddito medio annuo dei musicisti era di circa 7.215 euro, poco più di 600 euro al mese. Così, l’indipendenza che a vent’anni sembrava il traguardo, a trenta è ancora un punto all’orizzonte.
A complicare le cose c'è il fatto che la sua professione continua a chiedere investimenti anche dopo gli studi. Corsi di perfezionamento, insegnanti, preparazione fisica e fisioterapia restano quasi sempre a carico dei musicisti. E quando un’infiammazione o un dolore costringono a rinunciare a un concerto, salta anche il compenso.
Per arrivare fin qui, i genitori di Irene hanno investito nella sua formazione e, quando è arrivato il momento, le hanno comprato anche un violino professionale da diecimila euro. Non le chiederebbero mai di restituire quei soldi. Eppure Irene sente che quell’investimento debba produrre qualcosa: non necessariamente un guadagno, ma almeno la prova che la strada scelta può darle una vita serena e una sicurezza economica. «Hanno fatto questo investimento, e in qualche modo deve dare dei frutti».
Tue, 07 Jul 2026 - 11min - 233 - Episodio 140. Saper gestire il denaro, mi permette di restare nel luogo che amo pur guadagnando poco
Paola ha 43 anni, è una language coach e da nove anni vive a Barcellona. È cresciuta a Milano, in una famiglia in cui il rapporto con i soldi non è mai stato fonte d'ansia. A diciassette anni il padre le insegna che davanti a un lavoro che è pagato sempre meno non si è impotenti. «Mi diceva che investire è una cosa che si può studiare, una skill che si può apprendere». Quei discorsi diventano utili prima di quanto chiunque avrebbe voluto. Il padre muore quando Paola ha ventitré anni e lei e la madre ereditano quello che lui aveva messo da parte. Il fatto che non le avesse mai tenute all'oscuro, a quel punto, fa tutta la differenza.
Paola si laurea in Mediazione Linguistica e scopre che in Italia, il lavoro per cui si è formata non ha mercato e ci si aspetta che lo facciano i volontari. Così emigra: Istanbul, Vienna, il Sud America, Bangkok e infine Barcellona. Ed è fuori dall'Italia che impara quanto vale ciò che sa fare. «Andare a Istanbul mi ha insegnato che, a seconda di dove vai, le tue competenze valgono di più o di meno. Quello per cui a Milano mi davano 15 euro l'ora, a Istanbul me ne faceva guadagnare 50».
Ogni salto, però, lo prepara con prudenza: prima un cuscinetto da parte, e poi il rischio. È questa gestione attenta a permetterle la scelta più controintuitiva di tutte: restare in una città, Barcellona, che ama ma che la paga poco, e costruirsi lì un lavoro tutto suo, da language coach online. «Paradossalmente molte persone diventano nomadi digitali per poter andare dove vogliono; io sono diventata nomade digitale per poter rimanere». Lo stesso principio governa anche la decisione più intima, quella della casa, che compra con il compagno solo a condizione di restarne la socia di maggioranza: «Se dovesse succedere qualcosa io sono in sicurezza».
Wed, 24 Jun 2026 - 13min - 232 - Episodio 138. Vivo con 23 mila euro l’anno. Sono la rendita dei miei investimenti
Francesca ha 53 anni, vive a Senigallia e per quasi tutta la vita ha fatto l'insegnante. Oggi non lavora più: si è licenziata e vive con 23.000 euro l'anno, frutto dei suoi investimenti. Il suo rapporto con il denaro nasce da bambina, quando suo padre, impiegato di banca a Ravenna, le regala uno dei primi bancomat per bambini. «Da quel momento ho imparato a gestire i soldi: sapevo quanto potevo spendere in una settimana, e in che cosa». Cresce così tenendo la contabilità di ogni spesa e mette da parte tutto con una direzione sola: i viaggi, l'unica voce davvero preponderante nel suo bilancio.
Diventa insegnante, compra casa, e poi si trasferisce in un casolare nelle Marche con il compagno, per inseguire il sogno di una vita in collina. Ma per dieci anni a lavorare è solo lei, mentre lui si licenzia per scrivere. «L'orto lo curavo io, della casa mi occupavo io, guadagnavo io. Lo squilibrio economico ha fatto saltare il piatto».
Dopo la separazione conosce quello che è oggi il suo compagno, un ingegnere che da anni vive dei propri investimenti, e che le insegna la cosa che le mancava: smettere di affidare i risparmi alla banca. «Io non faccio trading, sono più una cassettista: compro titoli e li tengo lì, per far lavorare l'interesse composto». Comincia così a investire da sola e a ricalibrare ogni voce delle sue spese. Vende la casa in collina, si trasferisce a Senigallia, prova un anno sabbatico senza stipendio per capire come si vive senza un'entrata fissa. E quando capisce che regge, nel 2024 si licenzia. Oggi dei 23.000 euro annuali di cui ha bisogno per vivere, 9mila euro sono spesi in viaggi, e una parte finisce nel risparmio già a inizio mese, prima ancora di spendere il resto. «Io voglio godermi la vita adesso. Ho 24 anni in meno dei miei genitori: quando me la godo, a ottant'anni?».
Tue, 09 Jun 2026 - 13min - 231 - Episodio 137. Guadagno seimila euro al mese e questo condiziona tutte le mie relazioni
Sofia ha cinquant'anni, vive in provincia di Como e ogni mattina attraversa la frontiera per andare a lavorare in Svizzera. Per capire la sua storia, bisogna partire da molto più indietro - da una famiglia in cui i soldi non c'erano.
Sofia nasce da due genitori appena diciottenni. I soldi sono pochi, le tensioni molte, e quando i suoi si separano lei frequenta il liceo classico di Como in mezzo a figli di medici e avvocati. È lì che la mancanza di denaro diventa una sofferenza vera. «Le mie compagne avevano le Superga del colore della maglietta. Io avevo i vestiti dei sacchi. Ho fatto il primo anno di superiori con il Montgomery che mi era stato comprato e quando ero in classe non l'ho mai tolto». È in quegli anni che si forma la convinzione che ancora oggi guida Sofia: i soldi danno libertà, e quella libertà bisogna guadagnarsela da soli.
Sua madre trova un lavoro come bibliotecaria e non vacilla: i suoi figli faranno l'università. Sofia ottiene la borsa di studio massima, si laurea in Scienze dell'Educazione alla Cattolica, poi si iscrive a un master a Venezia in Integrazione degli stranieri. Per fare lo stage obbligatorio, nessuno in Italia risponde. Così prova a telefonare in Svizzera e trova subito lavoro in un centro, dove lavora ancora adesso.
Oggi Sofia dirige venticinque persone e guadagna seimila euro al mese. È una posizione che gestisce con una discrezione quasi assoluta: quasi nessuno sa quanto guadagna. E quando la differenza con gli altri emerge, cerca di stemperarla. Ma dentro la famiglia il meccanismo si complica: paga sempre lei le pizze, fa sempre i regali più grandi, e sente che qualcosa nelle relazioni, piano piano, viene falsato. «Se guadagni tre volte quello che guadagna la persona con cui mangi la pizza, è anche normale che a un certo punto paghi e basta. Ma poi le relazioni vengono condizionate da questo, perché si insinua quel tarlo secondo cui sono sempre io quella che paga».
Il privilegio di cui sa di godere, Sofia cerca di farlo ricadere indirettamente anche sul resto della società. «Di mestiere lotto contro l'ingiustizia sociale tutto il giorno. E cerco anche di fare in modo che la qualità della vita delle persone che mi sono più vicine sia migliore grazie al mio lavoro».
Tue, 02 Jun 2026 - 13min - 230 - Episodio 135. Ho guadagnato meno, ma ho iniziato a sentirmi libera
Giorgia ha 34 anni, vive a Genova e insegna in un istituto professionale di periferia. È cresciuta in una famiglia di ceto medio e fin da bambina ha interiorizzato un’idea molto precisa: non dover dipendere economicamente da nessuno. Quando i suoi genitori si separano, lei vede da vicino cosa significa dipendere dagli aiuti familiari e costruisce, quasi senza accorgersene, un obiettivo identitario. «Non ho mai visualizzato cosa sarei stata da grande, ma sicuramente il come: una persona indipendente anche dal punto di vista finanziario».
Quella convinzione accompagna tutte le sue scelte. Giorgia studia Scienze dei Materiali, si trasferisce a Milano per la magistrale, lavora durante l’università per contribuire all’affitto e, una volta laureata, trova subito impiego in una multinazionale. Ha uno stipendio buono, benefit aziendali, prospettive di crescita e un contratto stabile. «Mi hanno valorizzato sia dal punto di vista economico che professionale».
Poi arriva il Covid, una gravidanza complicata e, insieme al lavoro da remoto, il ritorno a una vita che le manca: Genova, il compagno, la famiglia, gli amici. In quel momento riceve un’offerta per una supplenza come insegnante, un lavoro che aveva sempre desiderato fare. La scelta è improvvisa: quarantotto ore per licenziarsi e cambiare completamente vita. E Giorgia lo fa, lasciando alle spalle possibilità di carriera, aumenti di stipendio, assistenza sanitaria integrativa e un fondo pensione aziendale.
«Per mantenere comunque la mia indipendenza economica sarei stata disposta anche a fare un lavoro meno remunerativo, meno valorizzato, proprio perché nell'infanzia e nell'adolescenza ho costruito questa idea di me molto indipendente dal punto di vista finanziario».
Oggi Giorgia guadagna meno di prima, ma sente di aver costruito una vita più vicina a sé. E la stabilità economica che ha conquistato negli anni è diventata qualcosa di diverso da un semplice obiettivo: uno strumento per scegliere come vivere il proprio tempo, dove stare e a cosa dedicarsi. Anche gratuitamente. Perché oltre a insegnare, Giorgia è consigliera municipale e segretaria di partito a Genova. E proprio lì, nella possibilità di esserci anche dove il denaro non è il punto, per lei si misura il significato più profondo dell’indipendenza economica.
Tue, 19 May 2026 - 12min - 229 - Episodio 145. Quei gettoni d'oro che non ho messo da parte
Loredana Scaiano cresce a Tricarico, in provincia di Matera, in una casa in affitto, mandata avanti con due stipendi pubblici ma spoglia di orpelli: non ci sono nemmeno i lampadari, considerati del tutto inutili. Le risorse di famiglia prendono infatti un’altra direzione: i libri, lo studio e soprattutto i viaggi. Aveva tredici anni quando i genitori prosciugarono i risparmi per acquistare un camper. «Nella mia famiglia d'origine i viaggi non erano il superfluo, erano la base».
Il matrimonio la catapulta però in una realtà speculare, fondata sull'accumulo: «Si conservano i soldi per comprare una casa, per comprare una terra...». In questa logica, viaggiare diventa un lusso ingiustificabile. Nonostante nessuno le ponga divieti espliciti, Loredana inizia ad autolimitarsi e a partire solo quando c'è un pretesto accettabile per farlo.
Nella coppia, lui è medico, lei insegnante, e tra i loro redditi c’è una distanza enorme. I soldi vengono sempre considerati comuni, ma la disparità contribuisce a rendere più difficile per lei riconoscere come legittimi desideri che non coincidono con le priorità familiari.
Questo equilibrio tiene per vent'anni, fino a quando i figli lasciano il nido. A quel punto, nel 2012, Loredana sceglie di separarsi per iniziare a vivere secondo ciò che conta per lei. Ma passare da un bilancio sostenuto da due redditi a uno solo fa emergere immediatamente la fragilità della sua posizione economica. Con uno stipendio annuo di circa 27 mila euro deve mantenersi da sola e affrontare i costi di una casa enorme: soltanto il riscaldamento arriva a costarle mille euro al mese.
Per rialzarsi si affida all’unica arma che possiede: la cultura. Tenta la carta dei quiz televisivi, partecipa ad Avanti un altro! e vince 27 mila euro, esattamente l’equivalente di un anno di stipendio. Con quella cifra non solo paga le bollette, ma regala un viaggio in Giappone alla figlia e uno ai Caraibi al figlio. Poi compie il gesto decisivo: chiede un anno di aspettativa dal lavoro e parte per il giro del mondo con appena diecimila euro in tasca. Attraversa quattro continenti con venti voli, fermandosi pochi giorni nei Paesi ricchi e settimane in quelli poveri, arrivando a dormire nelle sale d’attesa degli aeroporti pur di risparmiare.
Oggi Loredana continua a fare i conti con la sostenibilità delle proprie scelte. Sa che, se avesse conservato i gettoni d’oro della vincita e li avesse lasciati rivalutare, avrebbe in mano circa 150 mila euro. Ma a quel calcolo ne oppone un altro: «Stiamo parlando di dieci anni di vita che io ho vissuto esattamente come volevo».
Wed, 29 Jul 2026 - 15min - 228 - Episodio 136. Mrs. Veggy: «Per anni ho risparmiato su tutto, anche su di me»
Clarissa, conosciuta sui social come Mrs. Veggy, ha trentadue anni, vive ad Arona ed è una delle voci più seguite della cucina vegetale in Italia. Cresce a Stresa, dentro un ristorante di famiglia dove di soldi non si parla mai apertamente, ma il messaggio è chiaro: chi guadagna di più, vale di più. Da bambina interiorizza quell’equazione e si dà un obiettivo netto: «Ho sempre desiderato diventare ricca».
A quindici anni inizia a lavorare nei weekend nel ristorante, come le sue cugine. Quei soldi le danno indipendenza e alimentano l’idea che la sicurezza passi dall’accumulare e dal concedersi il meno possibile. Dopo la laurea, quando si trasferisce ad Arona per fare la graphic designer freelance, rompe per la prima volta quel modello: mentre in famiglia anche chi ha un altro lavoro continua a fare i weekend al ristorante, lavorando di fatto sette giorni su sette, Clarissa decide di non tornare. Per i suoi non è concepibile che preferisca il tempo libero a qualche soldo in più.
Ma la vita da freelance è più faticosa del previsto. Per anni guadagna poco e quel poco la misura: si sente inadatta, non abbastanza adulta, non abbastanza utile nella coppia. L’ansia di diventare ricca si trasforma così in ansia del consumare: spendere il meno possibile, concedersi il meno possibile, risparmiare come forma di controllo.
Poi arriva il 2020. Nel pieno della pandemia apre un profilo Instagram di ricette vegetali. Nel 2022 firma con un’agenzia ed è la svolta: per la prima volta guadagna abbastanza, anzi di più, e nella coppia i ruoli economici si invertono. Ma diventare un personaggio pubblico porta con sé una nuova paura: non essere all’altezza. Una crisi profonda la porta in terapia, dove inizia a guardare anche il suo rapporto con i soldi.
Oggi Clarissa ha riempito di un altro significato l’idea di ricchezza che la guidava a quindici anni. I soldi non sono più un valore universale, ma uno strumento per stare meglio. Il simbolo è un cappuccino al bar, più volte a settimana: una piccola spesa che prima le sarebbe sembrata impensabile, e che adesso riconosce come un investimento in sé stessa.
Wed, 27 May 2026 - 15min - 227 - Money Clinic 18. Come gestire i soldi quando si pianifica l'arrivo di un figlio
Un figlio cambia sempre il bilancio di una famiglia. Cambiano le spese, le priorità, le paure, il modo in cui si immagina il futuro. Anche quando quel figlio non nasce dal tuo corpo, ma arriva attraverso un’adozione.
Rossella ha 37 anni, vive a Piacenza, lavora nel sociale e insieme al marito ha scelto l’adozione nazionale. Una decisione pensata a lungo, rimandata anche per ragioni economiche, poi diventata urgente dopo il Covid e dopo la perdita di una persona cara.
La procedura di adozione nazionale in Italia è gratuita: non si pagano agenzie, intermediari o percorsi privati. Ma questo non significa che il denaro resti fuori dalla storia. Ci sono i permessi presi al lavoro, gli spostamenti, i colloqui, i documenti, il tempo dell’attesa. E poi c’è tutto quello che arriva dopo: una casa da riorganizzare, nuove spese, assegno unico da gestire, un piccolo fondo da immaginare per il futuro.
Nel caso di Rossella, la genitorialità porta con sé anche un bisogno ancora più forte di protezione. Durante l’iter di adozione ha scoperto di avere un linfoma non Hodgkin, superato dopo il primo ciclo di terapia. Una malattia che l’ha resa più consapevole di quanto sia importante tutelare la propria famiglia anche davanti all’ipotesi di una propria assenza, temporanea o definitiva.
Oggi Rossella e suo marito vogliono capire come proteggere il futuro economico del loro bambino, come usare bene le risorse che arrivano per lui, come costruire un fondo nel tempo e come integrare una pensione che, per chi lavora nel sociale, rischia di poggiare su basi contributive fragili.
Perché pianificare l’arrivo di un figlio non significa solo comprare quello che serve adesso. Significa costruire un margine per gli imprevisti, pensare alla protezione della famiglia, iniziare presto a mettere da parte risorse per il futuro e dare al proprio amore anche una forma economica.
Ad aiutare Rossella a orientarsi tra fondo di emergenza, piano di accumulo, polizza vita, salute e previdenza integrativa c’è Silvia Seresi, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Teramo.
Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più sostenibili.
Fri, 31 Jul 2026 - 14min - 225 - Money Clinic 17. Come gestire i soldi quando perdi il lavoro e decidi di reinventarti
Quando si perde il lavoro dopo i cinquant’anni, la prima reazione sembra quasi obbligata: rimettersi subito in corsa, aggiornare il CV, cercare un’altra posizione simile, tornare il prima possibile dentro una traiettoria conosciuta.
Ma cosa succede se proprio quella rottura diventa l’occasione per chiedersi: voglio davvero un altro lavoro uguale?
Fosca è un’ingegnera. Per venticinque anni ha lavorato nel campo delle infrastrutture e della mobilità, costruendo una carriera internazionale tra Italia, Germania e Danimarca. Ha avuto ruoli di responsabilità, stipendi importanti, una crescita lineare. Poi, a 50 anni, è arrivato un licenziamento improvviso, legato a una riorganizzazione aziendale.
La parte più difficile non è stata solo economica. È stata identitaria. Perché quando per anni ti sei riconosciuta nel tuo lavoro, perderlo significa anche chiederti chi sei fuori da quel ruolo.
Fosca avrebbe potuto cercare subito un’altra posizione simile. Invece ha scelto di fermarsi. È partita per l’India, ha completato una formazione come insegnante di yoga e ha iniziato a costruire un nuovo progetto: una piattaforma dedicata alle donne tra i 38 e i 50 anni, per accompagnarle nella perimenopausa attraverso yoga, consapevolezza del corpo e strumenti concreti.
Non è un salto fatto allo sbaraglio. Alle spalle ci sono anni di risparmio, investimenti, fondi pensione, piccoli bilanci fatti ogni sei mesi. Ma la domanda resta: quanto tempo può permettersi di dare a questo nuovo progetto prima che inizi a produrre reddito?
Perché reinventarsi a 50 anni non significa solo avere coraggio. Significa conoscere il proprio costo di vita reale, capire quanta autonomia garantiscono i risparmi, rivedere il portafoglio quando il reddito diventa variabile e iniziare a pensare anche alla protezione di lungo periodo.
Ad aiutare Fosca a orientarsi tra rischio economico, investimenti, liquidità e tutela della propria autonomia futura c’è Immacolata Imperatrice, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Ceprano.
Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più sostenibili.
Fri, 24 Jul 2026 - 13min - 223 - Money Clinic 16. Come gestire i soldi quando rinunci allo stipendio sicuro per la libertà
A volte il lavoro fisso non si lascia perché qualcosa va male. Si lascia perché, anche quando tutto sembra funzionare, dentro si fa strada una domanda: e se stessi dando meno di quello che potrei?
Lucia ha 35 anni, è architetta e per otto anni ha lavorato come dipendente. Non scappa da un capo tossico, né da un burnout, né da un ambiente insostenibile. Aveva uno stipendio, una routine, una certa tranquillità. Ma proprio dentro quella stabilità ha iniziato a sentire che qualcosa non tornava: la sensazione di essere al sicuro, sì, ma anche ferma in una casella troppo stretta.
Dopo anni di stage sottopagati, contratti precari e affitti milanesi che rendevano quasi impossibile risparmiare, Lucia era finalmente riuscita a costruirsi un cuscinetto. Circa 40.000 euro messi da parte in cinque anni, grazie a scelte attente, qualche fortuna e una vita non troppo sopra le proprie possibilità.
Poi, a gennaio, ha deciso di lasciare il contratto a tempo indeterminato e provare a costruire una strada da libera professionista. Un salto che porta con sé libertà, tempo, possibilità di lavorare da altrove. Ma anche una parola con cui bisogna imparare a convivere: incertezza.
Perché quando esci dal lavoro dipendente, non perdi solo uno stipendio fisso. Perdi anche una serie di protezioni che spesso dai per scontate: malattia, coperture, continuità di reddito, tutela in caso di stop. E allora i risparmi non bastano più a sentirsi al sicuro: serve capire come proteggersi se succede qualcosa proprio mentre si sta costruendo una nuova vita professionale.
Ad aiutare Lucia a orientarsi tra fondo di emergenza, assicurazioni, salute e protezione del reddito c’è Alessia Rossettini, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Lonigo.
Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più sostenibili.
Fri, 17 Jul 2026 - 11min - 222 - Episodio 143. Quando ho imparato a chiedere, il mio stipendio è cresciuto del 140%
Elios ha 35 anni, è un software architect e vive a Milano, ma è nato in Albania, nell'anno in cui il Paese passava dalla dittatura comunista alla democrazia. La sua è una famiglia di ceto medio che manda avanti un ristorante, dove i soldi seguono un rituale preciso: all'inizio di ogni mese si accantona per le tasse, per la scuola, per le spese, e ciò che resta si risparmia il più possibile. Si accumula, non si investe, perché non si sa cosa succederà domani. Sulla cultura e sull'istruzione non si risparmia; sul divertimento e sulle vacanze sì. Da quella selezione Elios eredita qualcosa di più profondo del solo modo di spendere. «Questa modalità aveva creato in me una specie di freno a mano invisibile, che nella vita mi ha sempre guidato a non superare quel confine».
Quel freno lo accompagna a lungo. In Albania cambia tre aziende, ma mai per migliorare la remunerazione: solo per cercare più sicurezza. Poi arriva in Italia, per motivi personali, e accetta una posizione molto al di sotto delle sue competenze, a 25.000 euro lordi. Un anno e mezzo dopo arriva la pandemia, che va a colpire il suo punto più fragile: la stabilità che aveva cercato per tutta la vita. È lì che il freno smette di funzionare come protezione e diventa un limite, che lo blocca nel riconoscere il proprio valore anche sul piano economico. In famiglia, del resto, non si negoziava mai, nemmeno il prezzo di un acquisto. «Pur riconoscendo il valore del lavoro degli altri, si faceva fatica a vendere il proprio lavoro al prezzo giusto».
A smuovere qualcosa è il confronto con la compagna, con cui il denaro diventa oggetto di conversazione aperta. È lei a dargli la frase che gli mancava. «Questo rispetto che metti verso gli altri, a un certo punto, lo devi mettere anche verso te stesso». Alle conversazioni con la compagna si affiancano conversazioni con esperti di finanza personale. «Quello che mi ha cambiato un po' il modo di relazionarmi con il denaro è stato partecipare a eventi di educazione finanziaria e, soprattutto, cercare di comprendere il più possibile l'economia».
Nel giro di otto anni Elios arriva a guadagnare il 140% in più rispetto a quando è arrivato a Milano, cambiando azienda e negoziando. E, a differenza della sua famiglia d'origine, non si limita ad accumulare: inizia a investire. Non ha mai abbandonato la cultura con cui è cresciuto, ma l'ha completata. «Tra cinque anni mi piacerebbe avere una gestione economica che mi permetta di vivere meglio il presente e di guardare al futuro con più realismo».
Tue, 14 Jul 2026 - 12min - 221 - Money Clinic 15. Come gestire i soldi quando vuoi prenderti un anno sabbatico
Ci sono sogni che non smettono di tornare. Anche quando li rimandiamo per anni, anche quando la vita chiede altro: un lavoro da tenere stretto, una famiglia da assistere, una casa da pagare, una città nuova in cui ricominciare.
Viviana ha appena compiuto 40 anni e da sempre sogna di fare la fotoreporter. Per anni, però, quella passione è rimasta sullo sfondo. Ha studiato, lavorato come fotografa freelance, viaggiato quando poteva, poi ha messo tutto in pausa per restare accanto alla madre malata. Ha gestito un bed and breakfast a Palermo, si è trasferita a Torino, ha affrontato una separazione e imparato a non chiedere più soldi a nessuno.
Oggi vive a Torino con Andrea, travel designer, e insieme hanno deciso di fare spazio a una domanda che non vogliono più rimandare: che cosa succederebbe se ci prendessimo un anno per vivere davvero come desideriamo?
Il loro piano è lasciare la casa, partire per il Sud America e provare a costruire una vita più vicina a ciò che amano: viaggiare, raccontare storie, fotografare. Ma un anno sabbatico non è solo una partenza. È un progetto economico: bisogna capire quanto costa vivere in viaggio, quali spese restano anche mentre si è lontani, quanto serve tenere da parte per gli imprevisti e come affrontare i mesi in cui le entrate potrebbero non arrivare.
Perché risparmiare per un sogno non significa soltanto rinunciare a qualche sfizio. Significa trasformare un desiderio in un piano: costruire un budget, definire un fondo di emergenza, capire quanto tempo manca alla partenza e scegliere come accantonare le risorse senza inseguire scorciatoie o rendimenti impossibili.
Ad aiutarla a preparare questo salto c’è Elisa Severin, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Novafeltria.
Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più possibili.
Fri, 10 Jul 2026 - 12min - 219 - Money Clinic 14. Come gestire i soldi quando arriva un'eredità improvvisa
A volte i soldi arrivano quando non li stavamo aspettando. E quasi mai arrivano da soli: con un’eredità può arrivare un lutto, una casa da svuotare, ricordi da mettere in ordine, ma anche una domanda molto concreta. Che cosa ne faccio?
Li lascio fermi sul conto? Li spendo? Li investo? Li uso per comprare una casa, integrare un reddito instabile, proteggermi dagli imprevisti?
Monica ha 57 anni, lavora da trent’anni come giornalista freelance e divide la sua vita tra Italia e Spagna. È cresciuta in una famiglia che, quando lei era adolescente, ha attraversato un grave tracollo finanziario. Da allora ha imparato a cavarsela da sola, a vivere con poco e a gestire il denaro più con l’intuito che con i numeri.
Negli anni ha affrontato affitti che assorbivano quasi tutto il suo reddito, cambiamenti professionali, una separazione e una scelta che lei stessa definisce incosciente: comprare una piccola casa a Valencia. Oggi quell’immobile le garantisce una rendita, ma la sua situazione resta quella di molte lavoratrici autonome: entrate variabili, contributi non sempre continui e una pensione futura che rischia di essere minima.
Poi, pochi mesi fa, è arrivata una piccola eredità dal padre. Monica sa che vorrebbe investirla, ma non sa ancora da dove cominciare.
Perché un’eredità può essere molto più di una somma di denaro. Può essere l’occasione per passare dalla sopravvivenza alla pianificazione: distinguere ciò che serve tenere disponibile per gli imprevisti da ciò che può lavorare nel tempo, chiarire i propri obiettivi, valutare il rischio e costruire una maggiore protezione per il futuro.
Ad aiutarla a orientarsi tra investimenti, immobili, tutela della casa e protezione della salute c’è Antonia Pangallo, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Messina Nord.
Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più sostenibili.
Fri, 03 Jul 2026 - 11min - 218 - Episodio 141. Pensavo di essere libera. Invece ero una finta partita Iva
Martina ha 35 anni, vive a Verona e lavora nella comunicazione digitale come libera professionista. È cresciuta in una famiglia agiata, con un padre imprenditore edile che si era costruito da sé la propria impresa, partendo dalla Val di Fiemme. È lui il modello che la spinge, fin da ragazza, a non fermarsi al posto fisso: «Il posto da dipendente l'ho sempre allontanato il più possibile, perché l'ho sempre visto come una gabbia troppo stretta». Così, dopo la laurea e una serie di stage non pagati, apre la partita Iva.
Per dieci anni la vive con leggerezza, e con metodo: accantona il 30% di ogni fattura su un conto deposito, affronta le tasse senza pensieri, accantona da sola perfino un piccolo Tfr. Ma c'è una contraddizione alla base. I clienti di Martina sono agenzie, che la ingaggiano in rapporti continuativi e a tempo pieno. La sua condizione diventa difficile persino da nominare: «Io sono una dipendente partita Iva». A questi incarichi fissi, se ne aggiungono altri, che le girano colleghi e freelance veri, e che lei porta avanti la sera.
A dicembre 2022 nasce suo figlio. Con un neonato in casa, i lavoretti serali spariscono, e quello che sembrava un extra si rileva essere l'ingranaggio che tiene in piedi tutto. «Mi sono resa conto che la mia attività infrasettimanale non bastava a mantenermi. Erano quei lavoretti serali, in realtà, a darmi l'elasticità e un maggior agio economico».
In questo cambio di vita, la partita Iva inizia a mostrare l'altra faccia. Quella fatta di tutto ciò che non offre. «Anche se i miei 1.800 euro netti possono assomigliare allo stipendio di un dipendente, mi mancano tutta una serie di sicurezze: la malattia, le ferie, il TFR. Sono tutte cose a cui io non ho accesso». Quando prova a immaginare il suo futuro, davanti a sé vede una strada che fino a poco tempo fa avrebbe escluso senza pensarci: rimettersi volontariamente nella gabbia che ha sempre evitato, quella del posto fisso. Ma stavolta come un mezzo per arrivare altrove. «Non è una modalità che sento mia, ma potrebbe darmi più serenità, e magari consentirmi di fare quel salto che mi serve per aprire una mia attività».
Wed, 01 Jul 2026 - 12min - 217 - Money Clinic 13. Come gestire i soldi quando vuoi lasciare il posto fisso
Cambiare lavoro non basta sempre. A volte cambi azienda, cambi ruolo, cambi città. Ma la fatica resta. E allora arriva una domanda più grande: e se il cambiamento di cui ho bisogno fosse reinventare completamente il mio lavoro?
Francesca ha 39 anni, vive in provincia di Bologna, due figli e un mutuo sulle spalle. Dopo un burnout, tre cambi di azienda e la sensazione che il problema non potesse più essere risolto semplicemente cambiando scrivania, ha iniziato a immaginarsi libera professionista.
Ha già studiato un business plan, iniziato a testare alcune consulenze e aperto un file Excel per guardare finalmente entrate e uscite. Per la prima volta è riuscita a mettere da parte 1.500 euro. Un traguardo importante, ma non ancora sufficiente per affrontare con serenità un reddito variabile.
Perché mettersi in proprio non significa solo avere un’idea o il coraggio di lasciare il posto fisso. Significa capire quanto costa la propria vita, quali spese sono davvero indispensabili, quanto bisogna fatturare per sostenerle, quanta liquidità serve prima di partire. E iniziare a considerare anche ciò che prima veniva dato per scontato: ferie, malattia, strumenti di lavoro, formazione, previdenza.
Ad aiutarla a mettere ordine tra dubbi, numeri e prospettive c’è Irene Viggiani, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Torino Regio Parco.
Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più possibili.
Fri, 26 Jun 2026 - 11min - 215 - Episodio 139. Guadagnavo, ma non pensavo di meritarmelo
Lucia ha 41 anni, vive a Milano da sedici ma è cresciuta a Taurianova, in Calabria. La sua famiglia gestiva una pasticceria. Il denaro in casa non è mai mancato del tutto, ma era sempre contato. «Mio padre non dormiva la notte per capire come pagare i fornitori, le banche, la spesa. Abbiamo passato tre anni senza riscaldamento». Lucia cresce così, dentro una grammatica economica fatta di sacrificio, rinuncia e attesa.
Quel tempo migliore, Lucia prova a cercarlo altrove. Studia Scienze politiche e sociali a Cosenza, conosce l’uomo che diventerà suo marito e poi lo raggiunge a Milano. A 25 anni trova lavoro in una società di recupero crediti, con uno stipendio di 1500 euro, «che allora per me erano una camionata di soldi». Quattro anni dopo entra in banca: «Venire a Milano da giù, lavorare in banca, e per giunta in sede, non in filiale, significava avere una vita da copertina, da star». Fuori, Lucia è quella che ce l’ha fatta. Dentro, però, inizia a farsi spazio un senso di colpa difficile da nominare: «Ricevere una busta paga con dei soldi mi faceva sentire in colpa. Pensavo a quanto mio padre aveva dovuto faticare per averli».
Quel senso di colpa si trasforma presto in una difficoltà a riconoscere il proprio valore. «Ho sempre vissuto quello che arrivava non come meritato, ma perché capitava. E quindi non sono stata mai brava a trattare aumenti di stipendio». Quando diventa madre per la seconda volta, la svalutazione del suo lavoro diventa una profezia autoavverantesi. «Ho avuto un anno tremendo, perché la bambina era sempre malata. Non avendo nessuno a cui lasciarla, ero molto spesso a casa. E questo significava sentirsi non presente al lavoro e non presente a casa». Lucia si sente messa da parte, ma riconosce di essersi messa da parte anche da sola: «Sapevo di non poter dare quello che davo prima, così mi sono un po’ autoesclusa. Ho lasciato ampio margine a chi non aspettava altro». Finché il suo capo pronuncia una frase che la colpisce come una pugnalata: «Non sei più la Lucia di un tempo». Come se diventare madre avesse cancellato la lavoratrice che era stata prima.
Oggi Lucia sa che dietro quella fatica c’è un meccanismo sociale più grande, ma anche una storia personale fatta di senso di colpa verso il guadagno, e procrastinazione del godimento. Grazie a una terapia psicologica, ha imparato a guardare il proprio tempo in modo diverso e a riconoscere che molte delle sue scelte sono ancora abitate da quel “prima o poi” imparato in famiglia. Suo marito vorrebbe tornare al Sud, verso una vita più vivibile e più vicina ai genitori che invecchiano. Lucia non dice di no, ma sa cosa la blocca: «È il procrastinare. Il dire: prima o poi ci sarà il tempo per farlo. Ma quel prima o poi sei tu a decidere quando sarà. Non sarà un altro a venirti a dire: ora è il momento giusto».
Tue, 16 Jun 2026 - 12min - 210 - Episodio 134. Mi hanno insegnato che il lavoro non si lascia. Anche se non ti piace
Martina ha trent'anni, è cresciuta in Calabria ed è figlia unica di due impiegati statali che le hanno insegnato che «il lavoro è importante, soprattutto perché tante persone attorno a te non ne hanno uno. Perciò, se ce l'hai stabile, te lo tieni. Anche se non ti piace». Quel mandato Martina lo onora alla lettera. Si laurea in tempi rapidi all'Università della Calabria, si trasferisce a Milano per la magistrale in Bocconi e, una volta finiti gli studi, trova subito un impiego in una grande azienda, in ambito dati, con un contratto a tempo indeterminato. In cinque anni cambia tre lavori, sempre con stipendi crescenti. Oggi guadagna 42mila euro lordi all'anno, ha risparmiato, ha investito, ha imparato a negoziare. È, in tutto e per tutto, una persona che ha raggiunto la stabilità.
Eppure, da qualche mese, qualcosa si è messo in movimento. Sono i progetti che fa fuori dal lavoro a riaccenderla in un modo che il contratto a tempo indeterminato non le restituisce. Per la prima volta, Martina si chiede se la strada percorsa la rappresenti ancora. «Da un punto di vista razionale, se mettiamo a tavolino i miei Excel e le mie stime, potrei decidere di sondare altri terreni e avere un paracadute. Ma il mio punto di vista emotivo non me lo permette. Distaccarmi da questa concezione, per quanto razionalmente abbia tutte le carte per farlo, è difficile».
È quello che oggi si chiama job hugging - l'abbraccio al proprio lavoro anche quando non lo si ama più - e che secondo Glassdoor riguarda il 93% dei lavoratori. La paralisi di Martina, però, non è quella di chi non vede alternative: è quella di chi le vede tutte, le ha calcolate, e non riesce comunque a sceglierne una, perché le è difficile discostarsi da ciò che le è stato insegnato. «Non è tanto la RAL, la quantità di soldi in sé, quanto la stabilità che il lavoro a tempo indeterminato in un'azienda grande ti dà».
Lo stipendio che permette a Martina di sentirsi tranquilla è anche quello che le impone di restare in una città che, per come è strutturata oggi, le chiede tutto quello che guadagna. E forse è anche per questo che, quando le si chiede dove si vede tra cinque anni, l'unica risposta possibile è una che fino a poco tempo fa avrebbe escluso: «Forse mi vedo in Calabria, di nuovo. Non l'avrei mai detto, però in realtà poi si cambia».
Tue, 12 May 2026 - 11min - 209 - Episodio 133. Quei 50mila euro ricevuti per la morte di mio padre, che non ho toccato per 30 anni
Claudia ha 46 anni, è originaria di Verona e vive a Lugano dal 2012, dove è responsabile eventi di un importante centro culturale. Ci è arrivata dopo aver provato per anni a costruirsi una carriera in Italia, senza riuscirci. Trent'anni prima, suo padre aveva fatto lo stesso identico gesto, lasciando la Sicilia per il Veneto con un concorso pubblico vinto e la stessa rabbia di chi va via dalla propria terra perché non gli dà quello che cerca.
Quando i suoi genitori si separano, Claudia ha 4 anni. La madre, che aveva smesso di lavorare alla sua nascita, ha solo una baby pensione e un appartamento sul lago ereditato dalla nonna. È poco, ma basta a non dipendere completamente dal marito. «Penso che quella sia stata la molla che mi ha fatto scattare la necessità di non dipendere da un uomo».
Quando Claudia ha 15 anni, suo padre muore per un infarto che il pronto soccorso non aveva riconosciuto. A diciotto, lei e sua sorella si ritrovano con più di cinquantamila euro sul conto: il risarcimento della causa vinta contro l'ospedale e una polizza vita che il padre, previdente, aveva stipulato per loro. Nessuno insegna a Claudia come usarli, ma lei decide subito di vincolarli: saranno il salvagente per le emergenze, non il "bancomat" per tirare avanti.
Intanto si iscrive a Scienze della Comunicazione a Trieste, perché sogna di fare la giornalista. Si laurea, si specializza con un master in giornalismo ambientale a Roma, vince una borsa all'Ansa di Londra. Ma il mondo della comunicazione, in Italia, le restituisce solo stage non pagati, contratti precari, stipendi da fame, e quella sensazione costante di non riuscire ad arrivare da nessuna parte. «Non sono stata capace di trovare un lavoro dignitoso. Mandavo in media dieci curriculum a settimana, ma niente. A un certo punto ho dovuto arrendermi e andare via».
A Lugano raggiunge il compagno e ricomincia da zero. Tre anni dopo vince il concorso per il centro culturale dove lavora ancora oggi. Ha due figli, un marito che ha scelto di fare un passo indietro nel proprio lavoro per sostenere il suo, e una vita costruita sul sacrificio. I cinquantamila euro lasciati dal padre sono ancora intatti su un conto vincolato, e Claudia spera di poterli lasciare a sua volta ai figli. Per loro, però, immagina un futuro ancora più a nord: sta studiando tedesco per aiutarli ad andare nella Svizzera interna, dove gli stipendi sono il doppio. «Ma se poi mi diranno che vogliono tornare in Italia, dove vedo e sento che hanno un grande legame, sarò comunque felicissima per loro».
Tue, 05 May 2026 - 16min - 208 - Episodio 132. L’anno scorso ho fatturato solo 3.540 euro. In quella cifra c'è una diagnosi arrivata dopo trent’anni
Silvia ha 43 anni, vive a Udine e lavora come editor e correttrice di bozze freelance. È cresciuta in una famiglia in cui il risparmio era una virtù assoluta, quasi un’ossessione: chiedere era un problema, desiderare un lusso. Da bambina rinuncia a ciò che le piace — dal basket alle gite — interiorizzando presto l’idea di non avere diritto a occupare spazio, nemmeno economico.
C’è però un’altra dimensione che attraversa tutta la sua vita e che Silvia scoprirà solo a 42 anni: è neurodivergente. Per trent’anni compensa. Studia gli altri, imita comportamenti, costruisce una maschera per funzionare in un mondo che le chiede di essere “come tutti”. Questa fatica invisibile si riflette anche nel lavoro: entra nell’editoria, ma resta ai margini; prova la stabilità, ma ne viene schiacciata; sceglie la libera professione, ma si scontra con un nodo profondo — l’impossibilità di attribuire valore economico a ciò che fa.
Quando apre la partita Iva, la libertà che cerca si intreccia con una fragilità antica: «Non riesco a chiedere soldi». Nel 2025 fattura 3.540 euro. Una cifra che racconta insieme tre cose: un settore povero, una difficoltà personale a negoziare, e il costo - economico, prima ancora che psicologico - di una diagnosi arrivata troppo tardi.
Il crollo arriva nel 2025, seguito da una diagnosi: autismo, ADHD, depressione. Non è una soluzione, ma un linguaggio nuovo per rileggere tutto: i lavori che non reggeva, gli ambienti che la saturavano, la fatica di esistere dentro strutture pensate per altri. Oggi Silvia si prepara a chiedere il riconoscimento dell’invalidità. L'obiettivo non è una pensione, ma le liste speciali per lavorare da casa, part time. Eppure il suo QI è di 128, superiore a quello di 97 persone su 100. «Però mi devo presentare come invalida, perché la società per come è strutturata mi chiede di fare delle cose che io non riesco a fare».
L’indipendenza economica, che per anni ha inseguito, resta fragile: senza il supporto del compagno o della famiglia, dice, «sarei sotto un ponte». E così la sua storia diventa anche una domanda collettiva: cosa succede a chi può lavorare, ma solo a certe condizioni? E cosa succede quando quelle condizioni non esistono?
Questa puntata è offerta daBravo,una società che aiuta le persone a gestire e risolvere i propri debiti in modo sostenibile, attraverso un percorso costruito sulle proprie reali capacità economiche e sulla propria situazione finanziaria.
Tue, 28 Apr 2026 - 18min - 207 - Episodio 131. Quando ho capito che avrei dovuto monetizzare i miei figli, ho abbandonato il lavoro di creator
Veronica ha 53 anni, vive a Milano e oggi insegna italiano agli stranieri. Ma prima di arrivare qui ha fatto molte vite. Figlia di «due poveri ma belli» - una madre dirigente bancaria che in casa gestiva tutto il denaro senza mai spiegarle come funzionava e un padre manager che con i soldi aveva un ottimo rapporto pur non essendo nato ricco - cresce con un mandato chiaro: le cose bisogna guadagnarsele.
Dopo la laurea in Scienze Politiche entra in un'agenzia delle Nazioni Unite, poi passa al marketing. Giovane, brava, fa carriera in fretta. Fino al 2001, quando la multinazionale per cui lavora chiude la sede italiana. Così, apre la partita Iva e diventa freelance. Lo vive male, almeno all'inizio: «Era un fallimento personale. Mi sentivo sprecata». Ciò che Veronica capirà solo molti anni più tardi è di essere stata, suo malgrado, un'apripista. Una cavia della precarizzazione del lavoro qualificato, che ha anticipato di vent'anni quello che sarebbe diventato la normalità per tutti.
Incinta del secondo figlio perde il committente principale. A Milano, metà anni Duemila, essere una mamma a casa significa sentirsi sole e invisibili. Una sera, dopo l'ennesima festa in cui si è sentita sottovalutata, apre un blog. È il 2008. Internet è ancora un posto in cui si scrive. Veronica diventa quella che lei stessa chiama «un'influencer della parola»: radio, convegni, un romanzo, riconoscimento. I soldi che entrano non sono molti, ma a Veronica non importa: è una mamma a tempo pieno con una quotidianità complicata e un marito in viaggio «trecento giorni l'anno».
Poi arriva Instagram. Le aziende smettono di guardare ai contenuti e iniziano a contare i follower e per restare in gioco bisogna smettere di scrivere e cominciare a mostrarsi. Veronica, però, decide di fermarsi lì: «I miei figli erano più biondi dei figli della Ferragni, avrei potuto monetizzarli molto bene. E non ho mai voluto farlo». Una scelta che descrive come un lutto, ma anche come la più consapevole della sua vita professionale.
Rimasta di nuovo senza lavoro, trova una porta laterale: insegnare italiano agli stranieri online. Mette insieme tutti i pezzi delle vite precedenti, e questa volta al riconoscimento del lavoro chiede anche quello economico: «Oggi i soldi sono molto più importanti, perché voglio dare valore a me stessa e alle mie competenze. Quando sei libera dai figli hai bisogno di vederti come persona indipendente. Per te stessa. Non moglie di, non mamma di. Sei tu che vendi te stessa. E quello che mi gratifica tanto è che, in un momento storico in cui puoi imparare la lingua con app e intelligenza artificiale, loro comprano me».
Wed, 22 Apr 2026 - 18min - 206 - Episodio 130. Ho detto sì a un mutuo da 800 mila euro senza sapere cosa stavo firmando
Erika ha 43 anni, vive sui Colli Euganei e fa la cameriera in una trattoria. Viene da una famiglia di operai dove il denaro si guadagnava lavorando duramente, e dove a undici anni i suoi genitori avevano fatto un salto: insieme a due soci avevano preso in gestione una pizzeria sui colli. Per lei era stata un'avventura, e presto anche un piccolo apprendistato: lavoretti nel locale, qualche soldo in tasca, l'abitudine a mettere da parte per realizzare i suoi desideri.
Poi, a ventitré anni, qualcosa si rompe. I proprietari dell'immobile alzano l'affitto in modo insostenibile e i suoi decidono di andarsene e comprare un ristorante più grande, con un mutuo trentennale. Erika lo scopre un mercoledì qualsiasi: «C'eravamo io e mio fratello che guardavamo i Simpson, e mia mamma dice: "Abbiamo comprato quel ristorante. Tu Erika, domani vieni con noi dal notaio a firmare, sei parte della società"». Solo molto dopo capirà la vera ragione di quella firma: la banca aveva consigliato ai suoi di inserire la figlia nella società, per facilitare il mutuo. «Ero socia per comodità burocratica. Delle decisioni non sapevo niente. Ero lì per fare un piacere ai miei genitori». Erika non attribuisce mai ai genitori cattiveria o calcolo. Quei silenzi erano figli di una mancanza più profonda: «Non avevano una conoscenza, una cultura che permettesse loro di capire che bisognava fare dei passaggi, prima di arrivare a quella cosa lì».
Arrivano gli anni della crisi, il ristorante non ingrana, il matrimonio dei suoi si sfalda. Erika attinge ai propri risparmi per pagare le bollette, paga di tasca sua il notaio per cedere le quote, ma la banca rifiuta di liberarla. «Avevo questa sensazione: ma cosa stiamo facendo? Che conseguenze avrà tutto questo? Non ne capivo nulla».
Erika, oggi, lavora da tredici anni come cameriera in una trattoria sui colli. È in regola, ben pagata, serena. Ma quella vicenda ha lasciato un segno nel modo in cui guarda al denaro. «Non mi sono mai sentita serena di dire: "adesso vado in banca a vedere se mi fanno un mutuo per prendermi un appartamento". Ho sempre avuto la sensazione di stare giocando con cose più grandi di me». Eppure, pian piano, adesso qualcosa di sta muovendo: «Da quando ho scoperto Rame, dove si può parlare di soldi in maniera un po' più trasparente, sto prendendo un po' di coraggio».
Wed, 15 Apr 2026 - 16min - 205 - Episodio 129. Non ho paura di fallire perché non ho mai avuto paura dei soldi.
Andrea Burocco ha 42 anni e fa l'imprenditore. È cresciuto nell'Alto Piemonte, dove i suoi genitori gestivano un ristorante e una pizzeria. Fin da bambino ha respirato il mondo dell'impresa ma ne ha conosciuto anche il lato più duro: quando la famiglia si trasferisce nel biellese, alla fine degli anni Novanta, la crisi del distretto tessile travolge l'intera zona. «In alcuni casi non si riusciva ad arrivare a fine mese. Bisognava capire dove mettere il soldo: coprire una spesa significava scoprirne un'altra». Eppure quelle difficoltà non si trasformano in paura. Andrea cresce con l'idea che se i suoi ce l'hanno fatta - due figli, una famiglia unita, un sacco di esperienze - allora il denaro non è poi così decisivo.
Si laurea in Ingegneria al Politecnico di Torino nel 2008, ma il percorso classico di inserimento lavorativo post-laurea non fa per lui. Partecipa a una Start-up Competition quasi per caso e vince: lì, fonda una start-up di e-commerce che in pochi anni cresce da tre soci a trentacinque persone. Nel 2015 arriva la prima exit: un milione e mezzo di euro complessivi. «Non è una cifra con cui compri cinque appartamenti, però partendo da zero ti dà un po' di liquidità, un po' di tranquillità». La prima cosa che fa è aiutare i genitori a uscire dall'attività di ristorazione. «È venuto tutto molto naturale, in modo familiare. Tanto ho ricevuto e un po' ho ridato».
Per un paio di anni, Andrea resta nella startup come dipendente dell'azienda che li ha acquisiti. Ha trentatre anni, un lavoro stabile e un percorso avviato. È il tipo di situazione in cui la maggior parte delle persone sceglierebbe di restare, perché funziona. Lui invece si ascolta. E decide di spendere parte dei soldi guadagnati con la vendita per girare il mondo. Sei mesi tra Sud America, Stati Uniti, Giappone e Cina. Al rientro fonda Fluida, una piattaforma per la gestione delle risorse umane. I soldi finiscono in fretta, la rottura di cassa si avvicina, ma la paura non arriva. «Se fallisco, farò qualcos'altro. In qualche modo ce la si fa». Dopo quindici mesi il 51% di Fluida viene acquisito. Con i soldi della seconda exit, Andrea compra una baita ad Alagna e la ristruttura a consumo zero.
C'è un filo che attraversa tutta la sua storia: per costruire qualcosa, devi accettare di lasciare qualcos'altro indietro. «Il guadagno immediato a volte è il segnale di situazioni più facili o stabili rispetto all'imprenditoria, dove a volte devi lasciare qualcosa indietro per avere qualcosa in avanti».
Tue, 31 Mar 2026 - 15min - 204 - Episodio 128. Più diventavo indipendente, più mi sembrava di tradire la mia famiglia
Maddalena ha 26 anni e oggi vive sulla costa marchigiana. È cresciuta però nell’entroterra, in una famiglia legata a un’azienda agricola, dove tutto ruotava attorno a un modello tradizionale e fortemente patriarcale. «Si viveva tutti insieme», racconta. Al centro c’era il nonno, figura di riferimento e autorità indiscussa: ogni decisione passava da lui, senza essere mai messa in discussione, nemmeno dal padre di Maddalena. La madre muore quando Maddalena ha sei anni, e l'infanzia che segue è fatta di confini stretti: niente sport, niente attività extrascolastiche, pochi amici e un'unica routine: scuola, compiti, faccende domestiche con la nonna. Per lei, figlia femmina, il copione sembrava già scritto fin dall'inizio: «Quello che ho percepito è stato che ero una donna, e quindi dovevo pensare non tanto a studiare o a lavorare, ma soprattutto a trovarmi un bravo ragazzo, farmi una famiglia, fare figli, soprattutto maschi».
Quando decide di iscriversi a Economia ad Ancona, la famiglia si oppone. Non per motivi economici, ma perché vivere lontano significa sottrarsi al controllo. L'unico a lasciarla andare è il nonno, e Maddalena parte. All'università ogni euro ricevuto da casa arriva insieme al senso di colpa, e Maddalena cerca di finire gli esami il più in fretta possibile per tornare ad aiutare in azienda durante l'estate. Al terzo anno, grazie a un tirocinio da cinquecento euro al mese, assapora per la prima volta l'indipendenza economica: «Ero molto contenta e orgogliosa di avercela fatta con le mie forze».
Ma più conquista autonomia, più sente il bisogno di nasconderla: non dice quanto guadagna e minimizza i lavoretti che fa. Il padre spera che, una volta laureata, torni a casa. Dopo la magistrale, invece, Maddalena trova un posto in banca con un contratto a tempo indeterminato. Oggi guadagna duemila euro al mese e ne risparmia almeno la metà, con una gestione scientifica tra conti deposito, obbligazioni e un Excel dove traccia ogni singola spesa. Eppure spendere per sé resta il nodo più difficile da sciogliere: «Ogni volta che faccio una spesa un po' futile ci penso duecento volte e poi a volte mi sento in colpa. Da una parte li ho guadagnati, sono i miei, li posso spendere… però dall'altra mi sembra sempre di fare troppo».
Per Maddalena i soldi non sono mai stati solo soldi. Sono stati il terreno su cui si è giocata la distanza dalla famiglia, il permesso di esistere fuori da un ruolo prestabilito, la prova concreta che un'altra vita era possibile. E oggi sono anche lo strumento con cui immagina il futuro. «Mi piacerebbe un giorno, spero non troppo lontano, comprare una casa. Potermi permettere di cambiare lavoro, se lo volessi. Magari aprire un'attività mia. Sentirmi indipendente: non solo nei confronti di mio padre o della mia famiglia, ma rispetto a qualsiasi cosa possa succedere».
Tue, 24 Mar 2026 - 14min - 203 - Episodio 127. Oggi sono davvero un libero professionista. Libero di non dover sempre produrre
Antonio è uno psicoterapeuta di 45 anni che vive a Firenze. Cresciuto in Basilicata in una famiglia di commercianti che lavoravano senza sosta, impara fin da giovanissimo il significato del sacrificio. «Era la parola chiave: solo facendo sacrifici si potevano ottenere le cose». I soldi non erano mai qualcosa da godere, ma da rimettere in circolo: «Sacrificio, risparmio, investimento: il ciclo era sempre quello».
Questa educazione lo condiziona anche nelle scelte future. Dopo l’università a Padova e la scuola di specializzazione a Reggio Calabria si costruisce lentamente una stabilità economica con la libera professione. La sua base è Lauria, ma ogni settimana percorre oltre 800 chilometri per lavorare nei diversi studi a cui si appoggia. «C’era un periodo in cui facevo Cosenza il lunedì, Salerno il mercoledì, Napoli il giovedì e a volte Potenza il sabato. Viaggi infiniti, autostrade chiuse, rientri la sera tardi. A un certo punto ti chiedi: ne vale davvero la pena?»
Il guadagno arriva, ma il ritmo diventa insostenibile e il timore del futuro gli impedisce di godere dei risultati. «A un certo punto mi sono accorto che stavo semplicemente replicando il modello dei miei genitori: lavorare sempre, lavorare per guadagnare di più». La svolta arriva con il trasferimento a Firenze, l’incontro con la sua compagna, psicoterapeuta come lui, e la nascita della figlia.
Sono soli, senza appoggi, senza nonni. E così decidono di lavorare due giorni e mezzo a testa, dandosi il cambio nell'attività di cura. Non hanno solo ridotto le ore, ma hanno iniziato a lavorare in modo diverso, mettendo dei limiti: «Superare i 20 pazienti sarebbe economicamente vantaggioso, ma mentalmente insostenibile. Ho capito che non basta un obiettivo economico: serve anche un confine». È così che Antonio trova un nuovo equilibrio, e insieme al modo di lavorare cambia anche il rapporto con il denaro. Oggi, quella identità professionale scelta anni prima ha finalmente un senso pieno: «“Libero professionista” significa libertà. Libertà di scegliere, ma anche di non essere sempre obbligato a produrre».
Tue, 17 Mar 2026 - 16min - 202 - Rituali 21. Cathy La Torre: «Ho lavato i piatti fino a trentadue anni per fare l’avvocata che volevo»
Cathy La Torre è un’avvocata e attivista per i diritti civili, tra le più note in Europa per il suo impegno contro le discriminazioni. Ma prima di diventare un punto di riferimento per tante persone che cercano giustizia, è stata una ragazza cresciuta in Sicilia in una famiglia segnata dai debiti e da un forte squilibrio di potere economico.
Il padre, impiegato comunale, gestiva tutto il denaro; la madre non lavorava, perché lui non voleva. Cathy oggi chiama quella situazione con un nome preciso: violenza economica.
È anche da lì che nasce la sua consapevolezza del legame tra soldi e libertà. Quando lei e la sorella partono per l’università, la madre inizia finalmente a lavorare. E lei l'accompagna in banca per aprire il suo primo conto corrente: «Le ho detto: perché papà deve avere un conto corrente suo e tu no?».
Per Cathy il denaro non è mai stato solo una questione privata: è sempre stato uno strumento di autonomia, soprattutto per le donne. Lei stessa lascia la Sicilia grazie a una borsa di studio: nove milioni di lire all’anno che le permettono di studiare a Bologna e mantenersi. «Arrivavo al 20 del mese che mangiavo solo scatolette di tonno». Eppure proprio quell’indipendenza economica crea tensioni in famiglia: quando ottiene la borsa di studio, il padre la caccia di casa per un anno. «Il fatto che non potesse esercitare su di me il potere economico lo faceva uscire di testa».
Gli inizi della carriera non sono più facili. Di giorno pratica in uno studio legale, gratis; di sera lavora in un ristorante per mantenersi: «Ho lavato piatti fino a 32 anni». Lo fa per poter scegliere la strada che sente giusta: difendere persone marginalizzate, spesso senza grandi risorse economiche. Un impegno che le vale anche il premio come miglior avvocata pro bono d’Europa. Per rendere sostenibile questo lavoro, Cathy trasforma lo studio legale in un’impresa con due anime: una profit, che lavora con le aziende su temi di sostenibilità e diritti, e una dedicata alle cause sociali. Un equilibrio che le permette di restare fedele ai suoi valori. Il rapporto personale con il denaro, invece, resta distaccato. «Sono la persona più disinteressata ai soldi che conosca». Non ama il lusso né accumulare beni: quando compra una casa in campagna, la intesta direttamente ai nipoti, di cui è diventata genitore intenzionale dopo la morte del cognato. «Quando non ci sarò più, spero che il mio lascito sia fatto di diritti».
Il suo unico rituale finanziario è semplice e simbolico: ogni settimana mette da parte qualche soldo in un salvadanaio chiamato “viaggi”. «Così penso che, se un giorno voglio partire all’improvviso, posso farlo».
Wed, 11 Mar 2026 - 18min - 201 - Episodio 126. Negoziare lo stipendio non è mai solo una questione economica
Clara ha 31 anni, è designer e lavora in consulenza a Milano. Figlia di due dipendenti pubblici, cresce in una famiglia dove il risparmio è parte integrante della quotidianità: «Ho avuto nonni e genitori che risparmiavano molto, e credo di aver sviluppato una capacità quasi innata in questo». Dopo il Liceo Scientifico, si iscrive al Politecnico di Milano e, fin dai vent’anni, sua madre la incoraggia a cercare un lavoro anche durante gli anni universitari. Con quei soldi, però, Clara non si concede grandi sfizi: «Avevo ereditato da mia madre una gestione molto rigida del denaro. Quindi, quei soldi li ho principalmente risparmiati».
Al termine dell’università Clara entra subito nel mondo della consulenza. Dopo un periodo di stage, inizia a lavorare a tempo pieno e, nel giro di un anno, raggiunge l’indipendenza economica necessaria per lasciare la casa familiare e andare a vivere con il fidanzato. Per Clara, che non ha mai avuto difficoltà a risparmiare, la vera sfida diventa imparare a spendere: «Solo con il tempo ho capito che se mi concedevo qualcosa che mia madre non si sarebbe mai permessa, non stavo scialacquando… stavo semplicemente investendo in esperienze che rendono la vita più soddisfacente».
In pochissimo tempo, il suo stipendio supera quello dei genitori e della sua cerchia di amici: «All’inizio c’è stato un senso di colpa, ma piano piano ho trovato il modo di affrontarlo». Oggi, Clara ha una RAL di 40.000 euro; quando è entrata sei anni fa, era di 27.000. La distanza tra queste cifre è il frutto di una serie di contrattazioni affrontate negli anni: «Quello che mi fa davvero arrabbiare è dover sempre sollecitare, dover forzare la mano, mentre il mio contributo all’azienda non viene riconosciuto naturalmente». Per lei, infatti, il salario non è solo un numerino sulla busta paga, ma una legittimazione simbolica, ancora più importante quando manca il riconoscimento quotidiano del proprio lavoro.
Oggi Clara è incinta e ha accettato un nuovo lavoro con una RAL di 47.000 euro e la copertura totale della maternità: «L’idea di andare in maternità senza ricevere alcun compenso, nonostante gli sforzi fatti, mi ha fatto riflettere… Così mi sono detta: va bene, vado via». Sul piano personale, la futura maternità la spinge anche a ricalcolare i budget familiari, ma adesso Clara sa bene che non tutto si può programmare: «Come affronterò questo prossimo anno? Nell'incompleta incertezza e improvvisazione, nel senso che cerco di fidarmi della scelta che ho preso, per quanto sia inconsapevole, e poi improvviserò».
Tue, 03 Mar 2026 - 14min - 200 - Episodio 125. Per 21 anni di matrimonio non ho mai avuto né un bancomat, né un conto corrente mio
Marina vive in provincia di Bologna, ma le sue radici sono a Foggia: è l’ultima di cinque figli, cresciuta dentro un matrimonio combinato e in una casa dove il denaro è soprattutto tensione. Il padre, ossessivo nei controlli e nelle rinunce quotidiane, trasforma ogni scelta in un conteggio: «Spegni la luce, la bolletta, quanto tempo stai al telefono… tutto sempre così». La madre, pur di non far mancare nulla ai figli, “si imbosca” quello che riesce.
Da lì nasce un imprinting che Marina si porta addosso a lungo: più che desiderare il denaro, prova a evitarlo, come se potesse sparire dalla sua vita insieme ai conflitti. «Se io potessi vivere di baratto e non far circolare i soldi sarei felicissima». In famiglia, poi, le regole non sono uguali per tutti: le restrizioni sono soprattutto per le figlie femmine, mentre al fratello vengono concesse spese e regali importanti.
Giovanissima lascia casa: prima un anno all’estero, poi un collegio a Roma, dove impara presto a cavarsela. A Bologna inizia gli studi in Medicina. Ed è proprio durante un'esercitazione che arriva la svolta più brutale della sua vita: scopre per caso un tumore ovarico e, dopo l’intervento, le dicono che potrà diventare madre solo con la fecondazione assistita. È anche per questo che accelera il matrimonio con un uomo più grande, che all’inizio le sembra “leggero” coi soldi, ma quella leggerezza si rivela presto un’altra cosa: controllo. «Quando mi sono venute le contrazioni e stavo per partorire i gemelli, non avevo né contanti, né bancomat. Mi sono fatta prestare i soldi per il taxi da un'amica e così sono riuscita ad arrivare in ospedale. Quando lui è arrivato, la prima cosa che mi ha chiesto è stata: perché hai preso il taxi e non sei venuta a piedi?».
Quando arrivano i gemelli, la dinamica peggiora: i soldi passano tutti da lui, Marina deve conservare scontrini e resti. Le cose cambiano quando inizia a lavorare. E lavorando riscopre competenze e fiducia, cresce fino a ruoli di vertice e, alla fine, trova la forza di separarsi. E in quel “dopo” deve imparare tutto: banca, bonifici, mutuo, Partita Iva, e persino il gesto più difficile di tutti, chiedere il giusto prezzo per il proprio lavoro. «Ancora adesso mi capita di andare in banca e dire: no aspetta, però spiegami… io non ci capisco nulla: non avevo mai fatto un bonifico. E tutto questo l’ho imparato nel 2022».
Tue, 24 Feb 2026 - 26min - 199 - Episodio 124. I pazienti non sono clienti: il mio lavoro è anche dire "no" ai soldi facili
Camilla Di Pasquali è chirurga plastica, medico estetico e imprenditrice. Nata e cresciuta alle porte di Roma in una famiglia dove il lavoro è tanto e il denaro poco, impara fin da piccola che il valore non si misura in euro. «L’importante è essere, non apparire», le ripete allo sfinimento suo padre. E questa frase diventa per lei una bussola. Non rincorre il denaro come traguardo, ma come mezzo per fare bene, per costruire qualcosa che abbia senso.
Finito il Liceo, Camilla sa esattamente di voler diventare una chirurga plastica, e nonostante le iniziali resistenze da parte dei genitori, segue il suo obiettivo con grande determinazione. Eppure medicina è un percorso lungo: l’indipendenza economica arriva tardi, e quando finalmente arriva lei scopre di non avere un “manuale”. Il suo istinto è diretto, quasi brutale: «Se i soldi ce li ho, significa che posso spenderli».
La carriera la porta dalla chirurgia ricostruttiva alla medicina estetica, un settore in cui la richiesta del paziente non coincide sempre con ciò che è giusto fare. Qui Camilla mette a fuoco la sua idea di estetica: non come maschera o standardizzazione. «Il senso del mio lavoro è aiutare ciascuno a emergere per quello che è eliminando solo ciò che lo fa stare male. I miei pazienti non sono clienti: non sono una fonte di incasso, ma qualcuno che porta una domanda, e a volte quella domanda va ridimensionata, spiegata, perfino contraddetta». Dire di no a richieste sbagliate può costare, ma per Camilla è parte della fiducia medico-paziente. Un no che a volte è anche un no ai soldi. Perché la medicina estetica è un settore dove la domanda può essere continua e il mercato può trasformare tutto in consumo ripetibile. Eppure Camilla insiste: il botox non è un “ritocchino” da calendario, è un farmaco, una terapia. E l’etica non è un accessorio.
Nel 2021, questa filosofia di medicina estetica prende corpo in un progetto imprenditoriale: il botox bar, che fonda con due soci e nel quale investe tutto ciò che ha, 20mila euro. «Non ho mai pensato che potesse andare male». Oggi gli ambulatori sono tre e il “di più” viene reinvestito: non per diventare ricchi, ma per costruire qualcosa di migliore, più solido, più etico.
Per due anni, mentre il Botox Bar ingrana, Camilla continua a lavorare in un altro ambulatorio, praticamente gratis. Lo fa per affetto e senso di responsabilità verso i suoi pazienti. Finché capisce che la passione non può sostituire il riconoscimento: «Se qualcuno non ti paga, significa che non ti sta riconoscendo il valore. Ho lasciato nell’aria somme anche molto importanti. E questo, probabilmente, non va bene».
Wed, 18 Feb 2026 - 13min - 198 - Episodio 123. Ho liberato la mia compagna da ogni carico mentale, perché potesse crescere professionalmente
Alberto Pelosio ha 37 anni e proviene da una famiglia molto numerosa. I suoi genitori, entrambi ingegneri, gli trasmettono fin da giovanissimo l’importanza dello studio e dell’autonomia, ma anche una pressione costante: «Per mio padre era fondamentale che non perdessi tempo, perché come diceva Zio Paperone “il tempo è denaro”». Dopo alcune esperienze scolastiche e lavorative tra Italia e Inghilterra, Alberto trova lavoro in una grande azienda nel settore contabilità, mentre la compagna, Martina, avvia la carriera nel settore sanitario come infermiera. «Lei ha sempre cercato di cambiare lavoro se non le andava bene o se veniva pagata troppo poco. E infatti, oggi, è vice caposala del pronto soccorso».
Quando diventano genitori, la realtà dei ruoli tradizionali emerge con forza. Nonostante Martina guadagni di più, il peso della casa e della cura del neonato ricade naturalmente su di lei. Alberto, invece, concentra le sue energie su un nuovo progetto: insieme a un amico decide di aprire un piccolo negozio di dischi, come attività parallela al suo impiego da contabile. «Inizialmente non ci eravamo posti il problema, neanche lei. Tuttavia, dopo un po’, ho capito che dentro di sé stava iniziando a covare un malessere serio».
Quello che dopo la nascita del primo figlio era un malessere legato alla distribuzione iniqua del carico familiare, si trasforma in una vera e propria crisi nel 2021, quando Martina resta incinta di due gemelli. Al compimento dei sei mesi, i gemelli non vengono accettati all’asilo nido per mancanza di posti, e uno dei due genitori deve restare a casa. La scelta ricade su Martina, coerente con gli schemi sociali, ma del tutto incoerente rispetto al contributo economico di ciascuno. «Tra me e lei è scoppiata una crisi perché io non avevo fatto nessuna rinuncia e non avevo intenzione di farne. Lei, invece, aveva dovuto sacrificare molto e nutriva un certo risentimento verso di me, che non avevo compreso quanto fosse necessario che fossi io a fare dei passi indietro, o quanto in realtà potessi farlo perché ne avevo la possibilità».
Per salvare la famiglia, Alberto capisce che deve non solo rinunciare definitivamente al negozio di dischi, ma anche rimodulare il suo lavoro in azienda e rimandare per un po’ il sogno di cambiare professione, per il quale nel frattempo si era anche laureato in storia. «Ho completamente tolto a lei il carico mentale della casa, lasciandola libera da qualsiasi incombenza domestica. Tant’è che, proprio grazie a questo, in due anni ha avuto una carriera lampo e una crescita esponenziale nel lavoro».
La riflessione più importante di Alberto riguarda però la volontà di rompere uno schema. Perché, come sappiamo bene, ciò che osserviamo fare ai nostri genitori spesso diventa il modello che riproporremo nella nostra vita: «Ho due maschi e una femmina, e penso che questo cambio di rotta rispetto alla consuetudine possa già essere un insegnamento importante per loro».
Tue, 10 Feb 2026 - 16min - 197 - Rituali 20. Melissa Panarello: «Solo perdendo tutto ho capito cosa significa essere ricca»
Melissa Panarello è una scrittrice, saggista e oggi anche agente letterario che a soli 17 anni diventa un caso editoriale mondiale con "100 colpi di spazzola prima di andare a dormire" e 3 milioni di copie vendute. Un successo travolgente - anche economico - che arriva prestissimo, prima ancora che abbia strumenti adulti per gestirlo. Era cresciuta a Catania in una famiglia di commercianti, dentro un’economia instabile fatta di boom improvvisi e cadute altrettanto rapide. Il denaro, in famiglia, era "contato a mano": il padre annotava tutto su un quaderno mentre la madre rivendicava con orgoglio “i suoi” primi guadagni. È lì che Melissa assorbe, senza saperlo, la sua prima educazione finanziaria e insieme una tensione profonda tra libertà e paura.
Da bambina vive i continui traslochi come un’avventura, imparando presto che si può perdere tutto e ricominciare. «Ci spostavamo quasi ogni anno da una casa all’altra: con il commercio le entrate erano altalenanti, e c’erano periodi in cui i miei potevano permettersi una villetta in periferia di Catania, vicino all’Etna, e altri in cui i soldi non bastavano più. Ma l’idea di cambiare casa perché non c'erano più soldi mi dava moltissima energia».
Quando il successo editoriale la investe, quella familiarità con l’instabilità si trasforma in fragilità: le arrivano cifre altissime, fino a 50mila euro al mese, che Melissa spende senza una reale protezione. «Non compravo mai cose davvero di valore. Sperperavo in cose piccole, andavo al mercato... In fondo non mi davo valore, e quei soldi sentivo di non meritarli». Compra una casa troppo grande, accende un mutuo oneroso, ignora le tasse e sperpera per compiacere gli altri. Il crollo arriva presto. A poco più di venticinque anni si ritrova senza nulla, ma paradossalmente prova una calma nuova: «Era il mio punto zero, qualcosa che conoscevo già».
Oggi vive in una casa di proprietà senza mutuo, con una famiglia, guadagna infinitamente meno ma si sente più ricca. Il suo rapporto col denaro cambia quando cambia il rapporto con se stessa: «I soldi, per me, sono una storia sentimentale». La svolta definitiva arriva con l’imprenditoria: fonda un’agenzia letteraria e scopre il piacere dell’amministrare e del prendersi cura anche del valore economico del lavoro creativo. Il suo rituale di benessere finanziario è semplice e simbolico: un quaderno senza righe dove annota ogni entrata. «Do corpo a qualcosa che altrimenti sarebbe volatile». Oggi Melissa rivendica una ricchezza diversa da quella che ha conosciuto da adolescente: «So di meritarmi quello che guadagno. E questo fa tutta la differenza».
Tue, 03 Feb 2026 - 22min - 196 - Episodio 122. Quattro figli non sono un lusso, ma una scelta (e un piano)
Cresciuta in un contesto molto umile a Rovigo, Natalia impara presto che cosa significa mandare avanti una famiglia con un solo reddito: il padre lavorava come autotrasportatore in proprio mentre la madre era casalinga. «Quando avevo diciassette anni aiutavo mio padre a fare le fatture e compilavo quei documenti con il pagamento a centoventi giorni. Solo più tardi ho capito cosa volesse dire mandare avanti una famiglia con un solo reddito, aspettando mesi per essere pagati».
Per Natalia, quelle difficoltà si trasformano in un desiderio di libertà e autonomia: «Per me il lavoro è sempre stato, da un lato, una forma di realizzazione personale e, dall’altro, la garanzia di poter scegliere». Così, dopo l’università in Lingue e Traduzione, decide di mettersi in proprio, affrontando senza paura la partita Iva e imparando presto a gestire tasse e contributi: «Dopo il primo anno da libera professionista ho cominciato a segnarmi tutte le domande, anche quelle che mi sembravano stupide. Ho capito che, quando si parla di tasse e calcoli, non c’è davvero nulla di ovvio».
Nel frattempo, Natalia si sposa. Suo marito lavora come ferroviere e ha un’entrata fissa ogni mese, un elemento di stabilità che entra nell’equilibrio della famiglia. L’idea di avere dei figli c’è, ed è un desiderio che prende forma poco alla volta. Il desiderio, però, da solo non basta: serve pianificazione, consapevolezza e, soprattutto, coerenza con i propri valori. Questo significa valutare molti fattori, e fare calcoli realistici su quello che è sostenibile senza rinunciare a ciò che si ritiene importante.
«Il dibattito sul fatto che non si facciano i figli perché tutto costa è giusto ed è sacrosanto, però io penso che la considerazione economica ci deve essere fino a un certo punto. Quello che non viene detto prima è che ci devono essere delle scelte che uno deve fare a monte: se tu hai almeno un'idea del tuo futuro riesci a fare delle scelte che poi ti aiutano economicamente anche dopo». Per Natalia, quindi, l’equazione figli = costi, per quanto innegabile, resta solo parziale. I soldi servono, certo, ma ancora più importanti sono le decisioni quotidiane e lo stile di vita che si vuole dare alla famiglia, anche quando esso comporta dei sacrifici.
Adesso i figli di Natalia hanno 11, 8, e 4 anni, mentre il più piccolo ha solo 8 mesi. In casa, Natalia e suo marito, riescono a portare una cifra mensile di circa 4.500 euro, molto variabile. E tutto quello che possono risparmiare, lo investono per il futuro dei figli, che intanto imparano il valore del denaro attraverso piccole lezioni di educazione finanziaria quotidiane. Ma la lezione più grande che Natalia vuole trasmettere è chiara: «Spero che i miei figli capiscano che le cose materiali contano fino a un certo punto. È importante avere degli obiettivi, e che questi si possano raggiungere anche in modo creativo… i soldi non sono un punto di partenza, ma uno strumento per arrivare a uno scopo».
Wed, 28 Jan 2026 - 15min - 195 - Episodio 121. Il tempo libero mi ha svelato cosa volevo davvero
Stefano D’Alessandro ha 43 anni e vive a Spoltore, in provincia di Pescara. Le sue radici sono a Pesche, un piccolo borgo medievale del Molise, dove cresce in una famiglia in cui il lavoro non si misura solo con lo stipendio: il padre geometra e la madre, prima sarta e poi casalinga, gli insegnano che in una casa si lavora in tanti modi diversi, e non tutti hanno un prezzo. Dopo le superiori si trasferisce a L’Aquila per studiare Informatica. I genitori gli coprono retta e affitto, ma è soprattutto il loro sostegno emotivo a fare la differenza. Quando sta per laurearsi alla Magistrale, riceve un’offerta di lavoro in un settore digitale in forte crescita.
Per otto anni lavora in azienda: un lavoro sicuro, con stipendio e prospettive. Ma nello stesso periodo, fa anche un altro lavoro, che sulla carta è “gratis”. Spesso, infatti, si ritrova a dedicare il suo tempo libero a progetti imprenditoriali e start-up: sere, weekend, energie che nessuno gli paga. Ed è proprio lì che qualcosa scatta: la gratuità dei progetti gli mostra ciò che ama davvero, ciò che lo cattura fino a fargli dimenticare l’orologio. E a quel punto arriva il dilemma. «Da una parte c'è la ragione che ti dice: “Ma chi te lo fa fare? Hai un contratto a tempo indeterminato, guadagni bene, puoi cambiare azienda, fare carriera”; dall'altra, invece, c'è il cuore che ti urla: “Ma Stefano, cosa ti piace davvero fare?”».
Stefano segue la passione. Lascia l’azienda e in quella fase utilizza il denaro per ciò che realmente è: uno strumento che compra tempo, margine e possibilità. Nei primi mesi della nuova vita professionale fa un budget accurato, sa quanti mesi può permettersi di non guadagnare, investe in formazione, pianifica ogni spesa al dettaglio, finché nel 2017, assieme a tre soci, fonda Suredi, una software house specializzata nel fintech, che sviluppa prodotti digitali per aziende e start-up. A nove mesi dalla nascita dell’azienda arriva il primo stipendio: 600 euro. Una cifra modesta, ma sufficiente a rendere tangibile il loro impegno e a dare forma concreta a un progetto destinato a crescere progressivamente.
Per Stefano mettersi in proprio è stata l’occasione per imparare un linguaggio nuovo, quello della finanza. E quel linguaggio non resta confinato in ufficio, ma torna a casa, diventando uno strumento per prendere decisioni di vita e dare forma concreta ai desideri e ai progetti familiari. «Ho imparato a leggere un bilancio, a capire il flusso di cassa, a investire… tante cose che ora mi aiutano anche nella vita privata». Tutto questo converge in un punto molto preciso: la genitorialità. Diventare padre trasforma il budget e i numeri in gesti d’amore. Non per costruire un futuro perfetto, ma per lasciare aperta una possibilità: poter dire un giorno “sì” a un desiderio di suo figlio, senza che quel sì sia un salto nel buio.
Tue, 20 Jan 2026 - 15min - 194 - Storie di credito 04. Valentina, che ha realizzato il suo sogno pagandolo a rate
Valentina ha 48 anni ed è una giornalista che vive a Como. Cresciuta in Puglia all’interno di una famiglia numerosa, ha sempre avuto il sogno di avere un cavallo. Così, per spronarla a seguire il suo desiderio, fin da giovanissima i suoi genitori la iniziano alla pratica del risparmio per obiettivi. «Ho preso il mio salvadanaio e per tutto l'inverno l'ho riempito con i soldi che mi arrivavano. Poi, d'estate, sono riuscita a fare tre mesi di lezioni».
Nonostante la felicità e l'eccitazione per quella disciplina, per molto tempo, quel desiderio viene accantonato. Valentina cresce, si trasferisce prima ad Urbino e poi a Milano, si sposa, e inizia la sua carriera da giornalista, prima come freelance e poi in un’azienda editoriale. Ma intorno ai quarant’anni, in un momento difficile del matrimonio, quel sogno d’infanzia torna a galla. Con suo marito, Valentina inizia a frequentare un maneggio e prendere lezioni di equitazione. La sua passione cresce sempre di più, fino a quando l’istruttrice e proprietaria della cavalla le propone di acquistarla.
Valentina accetta e decide di acquistarla pagandola a rate. Questa scelta di rateizzare l'acquisto, la sprona anche a migliorare la sua relazione con il denaro: «ho rivisto il mio budget, ridotto tutte le spese superflue e tuttora per mantenere la cavalla acquisto molto poco. Questa voglia di raggiungere il mio desiderio di bambina mi ha aiutato anche a migliorare la mia condizione lavorativa, perché sono riuscita a chiedere un aumento».
Comprare un cavallo a rate può sembrare una scelta fuori dal comune, ma rappresenta un esempio concreto di una tendenza sempre più diffusa tra gli italiani: il credito al consumo non è più riservato solo agli acquisti essenziali, ma viene spesso utilizzato per realizzare desideri, passioni e progetti personali. Ma ogni progetto andrebbe realizzato considerando le proprie possibilità e con responsabilità. Il credito al consumo è uno strumento potente, capace di moltiplicare le possibilità, ma va gestito con consapevolezza. Per capire come usare le rate in modo efficace, nella puntata c’è Martina Moraschi, esperta di educazione finanziaria di Sella Personal Credit.
Questo podcast è una co-produzione di Rame e Sella Personal Credit.
Tue, 13 Jan 2026 - 10min - 193 - Rituali 19. Manuela Vitulli: «La ricerca di indipendenza mi ha spinta nell’autosfruttamento»
Manuela Vitulli è una delle voci più riconoscibili del racconto di viaggio in Italia: da oltre 12 anni scrive di territori e comunità con uno sguardo personale ed etico. Cresce a Bari, in una famiglia monoreddito: il padre è l’unico percettore di reddito, la madre – creativa e intelligentissima – è la figura più presente, ma senza autonomia economica. È lì che nasce la sua spinta: il bisogno di “farcela da sola”, anche guardando i coetanei che potevano permettersi più cose.
Anni dopo, quella che sembrava una virtù si rivela anche una trappola. «Sono sempre stata orgogliosa della mia indipendenza, ma in terapia mi sono resa conto che mi stava facendo scivolare nell’iperproduttività». Manuela lavora 10-12 ore al giorno non solo per i clienti, ma per “portarsi avanti”, perché sotto c’è la paura che il futuro cambi all’improvviso. E la stessa logica entra anche in coppia: l’idea di non dover chiedere mai niente al partner, di cavarsela sempre. Oggi sta capendo che chiedere aiuto non toglie libertà: la completa.
La ricerca di autonomia guida anche le sue scelte di studio: sceglie fisioterapia per lavorare subito, anche se avrebbe preferito un percorso umanistico. Si laurea, manda curriculum “da soldatino”, ma nel 2012 scopre il travel blogging e apre un blog: un’ossessione felice e segreta, costruita da autodidatta, finché arrivano i primi riconoscimenti e poi la partita IVA. «Mio padre diceva: “Le tasse ti massacreranno”». Lei impara invece che la consapevolezza fiscale non è un mistero: è parte del lavoro.
In questa puntata parliamo di denaro e valore del lavoro creativo, del “mattone” come simbolo di sicurezza, e del nodo etico dell’overtourism: cosa significa avere influenza e scegliere dove puntare il faro. La lezione più potente arriva da una perdita: il padre muore prematuramente, ma, grazie a delle polizze, protegge la famiglia. Oggi Manuela dice che il suo benessere finanziario passa da lì, dalla protezione assicurativa. Ma anche da un rituale inatteso: compilare le fatture. «Mi rilasso proprio nel farle: mi fa stare bene».
Tue, 06 Jan 2026 - 19min - 192 - Percorsi 2ª Stagione 03. Ilaria, che porta il riso di famiglia nella terza generazione
Nata e cresciuta a Novara, Ilaria Brustia ha 45 anni, vive a Milano, ma fin da bambina ha sempre avuto un legame profondo con la campagna, assorbendo il ritmo e i valori della vita contadina. Suo nonno, infatti, possedeva 60 ettari di terreno dove coltivava riso. Negli anni ’90, nella cascina dei nonni, comincia a muoversi la seconda generazione: è Giovanni, il padre di Ilaria, a dare nuova energia all’azienda di famiglia. Già dirigente in una multinazionale a Milano, comincia a occuparsi della gestione dei terreni.
Per Ilaria, però, in quegli anni la strada sembra portare altrove. Dopo l’università si trasferisce a Londra, dove rimane per sei anni, costruendo una vita lontana dalla campagna e dall’impresa di famiglia. È solo alla soglia dei trent’anni che sceglie di rientrare in Italia e affiancare il padre. Un ritorno che non è semplice: le due generazioni parlano linguaggi diversi, e i confronti, spesso accesi, segnano ogni scelta. Con il tempo, però, tra tentativi, compromessi e intuizioni, l’azienda trova un suo nuovo equilibrio. Ma nel 2019, la traiettoria si spezza: il padre si ammala e muore nel maggio del 2020. Per Ilaria, si apre una nuova fase della vita e dell’impresa, ed è proprio in quel momento di dolore che avviene il vero passaggio generazionale: Ilaria chiude alcuni progetti avviati precedentemente dal padre, investe in macchinari 4.0 e amplia la superficie coltivabile.
Nella terza puntata della seconda stagione di Percorsi, Domitilla Ferrari ci porta alla scoperta di Riso Intrepido, non solo una nuova identità aziendale, ma un progetto collettivo che porta avanti i valori di famiglia con uno sguardo contemporaneo.
Dalle risaie del nonno ai mercati internazionali, tra rotazioni colturali, nuovi terreni, volatilità dei prezzi e investimenti: dietro ogni scelta agronomica si nasconde un equilibrio economico da costruire. Per aiutarci a capire questa complessità c’è Eleonora Crestani, Hr Learning & Development Specialist di Banca Sella.
Thu, 18 Dec 2025 - 24min - 191 - Episodio 120. Guadagni meno, rinunci di più: la matematica ingiusta della coppia
Come si costruisce l’indipendenza quando nasci nelle crepe della dipendenza economica? Anna Romanin è diventata adulta a Latisana, in Friuli Venezia Giulia, dentro una famiglia monoreddito, con una madre senza voce sulle scelte familiari e un padre capace di negare persino un sogno semplice, come rifare una cucina.
La sua vita adulta è un lungo tentativo di non ripetere quella storia, anche se le circostanze la mettono continuamente alla prova.
Nei primi anni di università - dopo la morte della madre - si trova a sostituirla nelle faccende domestiche, mentre il padre – pur presente – resta emotivamente e finanziariamente distante. Dopo la Magistrale, Anna inizia subito a lavorare nel settore della comunicazione e poco dopo, si sposa. Pur potendo, non cede mai alla lusinga di farsi mantenere dal marito, odontotecnico e proprietario di uno studio dentistico. Ma, come spesso accade a molte donne, Anna concentra la sua battaglia per l’autonomia fuori casa, nel lavoro, lasciando che le dinamiche domestiche seguano ruoli e aspettative interiorizzate: «All’interno della coppia, i sacrifici li ho sempre fatti io, perché lui era quello che guadagnava di più».
Lo stesso accade quando nasce loro figlia: «Era quasi scontato che una mamma dovesse fare part time, lavorare poco e occuparsi del figlio. Certo che volevo stare con mia figlia, ma a livello di carriera è stato un intoppo».
Quando sua figlia ha cinque anni, Anna e suo marito si separano e quattro mesi dopo, improvvisamente, lei viene licenziata e può contare solo sulla partita Iva. Impara a negoziare compensi, a chiedere il giusto valore del suo lavoro, a tenere insieme le entrate.
Intanto, una nuova sfida si prospetta all'orizzonte. Come a sua madre 20 anni prima, le viene diagnosticato un tumore. E quella malattia le mostra, brutalmente, quanto poco siano tutelati i liberi professionisti. «Avrei dovuto avere come un dipendente la libertà di occuparmi di me stessa. Invece ricordo mail da mandare, richieste da gestire…».
A questo punto, Anna si pone una domanda fondamentale: come può una donna separata, mamma e libera professionista, gestire da sola tutta la crescita pratica di una figlia? In una società dove il carico mentale e di cura resta fortemente sbilanciato sulle donne, il rischio è che, come dice Anna, potranno separarsi solo le donne economicamente solide o con famiglie solide alle spalle, mentre le altre non potranno permetterselo, perché i costi, in tutti i sensi, sono troppo elevati.
Tue, 16 Dec 2025 - 16min - 190 - Percorsi 2ª Stagione 02. Beatrice, che ha trasformato le intuizioni di suo padre in un’impresa innovativa
Per Beatrice Iaia fare impresa è sempre stato naturale. A 23 anni, dopo aver studiato giornalismo e danza urbana, apre una scuola di ballo innovativa, con ballerini provenienti da tutto il mondo. Chiede un prestito di 30 mila euro, ristruttura lo spazio e si lancia nell’avventura. Sei anni di energia, musica e passione, fino a quando due eventi segnano la fine della sua prima esperienza imprenditoriale: la scuola subisce ripetuti allagamenti e, soprattutto, sua madre si ammala gravemente, trascorrendo due anni in ospedale.
Ed è proprio in quei mesi di dolore che il laboratorio del padre diventa la sua nuova aula. Fin dagli anni Novanta, infatti, il padre di Beatrice sviluppava formulazioni a base acquosa capaci di rivoluzionare la pulizia e la manutenzione degli ambienti. In un’epoca dominata dall’usa e getta, i suoi prodotti, delicati sui materiali e rispettosi dell’ambiente, anticipavano già i principi della sostenibilità. Beatrice osserva formule, esperimenti e brevetti accumulati nel tempo: scopre non solo la scienza dietro le soluzioni, ma anche la visione di un uomo capace di guardare oltre il presente. È in quel momento che capisce che il progetto del padre può diventare qualcosa di molto più grande.
Nella seconda puntata della nuova stagione di Percorsi, Domitilla Ferrari ci porta alla scoperta di Biotitan, l'azienda fondata da Beatrice Iaia nel 2018, all'età di 31 anni: lei detiene il 60%, il padre il 40%. Mentre lui brevetta le sue invenzioni, lei approfitta dello stop imposto dalla pandemia per studiare senza sosta: un master in nanotecnologie, uno in sostenibilità aziendale, poi una specializzazione come tecnica ambientale in biosicurezza. Decide di crescere con il bootstrapping: niente grandi investitori, solo il capitale che lei e suo padre possono mettere insieme, reinvestendo ogni euro guadagnato.
Oggi Biotitan ha un modello di business solido nel B2B, ma continua a evolversi, tra margini alti, brevetti e strategie misurate. In questa puntata, a guidarci tra sfide e successi di un modello di business come Biotitan, c’è Monica Altea, Head of Product Management di Banca Sella.
Thu, 11 Dec 2025 - 23min - 189 - Storie di credito 03. Cristina, che rateizzava ogni piccolo acquisto
Cristina ha 54 anni, è ingegnera e vive a Roma con suo figlio. Cresciuta in una famiglia benestante, lei e sua sorella non hanno mai dovuto rinunciare a nulla di essenziale, ma a stabilire cosa fosse davvero necessario era il padre, un uomo molto attento al risparmio. Così, una volta adulta, Cristina punta dritta all’autonomia: a 26 anni si laurea e trova lavoro in un’azienda, e a 27 anni si sposa e compra casa. Dopo appena tre anni, però, arriva il divorzio, e quel mutuo, che doveva essere un investimento condiviso, resta tutto sulle sue spalle.
Intanto passano gli anni, e a 39 Cristina diventa madre. Da sola. Senza un compagno con cui condividere la responsabilità, può contare solo su sé stessa. In questo nuovo equilibrio, Cristina può contare su una pianificazione finanziaria eccellente: «Io ho da sempre un file Excel in cui inserisco tutte le spese fisse, le entrate e le previsioni di uscite». Ma non solo: col tempo, Cristina inizia ad affidarsi sempre più spesso ai servizi di rateizzazione. Le usa per tutto, anche per spese piccole: un paio di scarpe, un pantalone, acquisti di pochi euro che, messi insieme, però, creano un puzzle difficile da tenere sotto controllo. «C’erano dei periodi che ero sempre su Zara, K-way… con tutte queste rate puoi comunque fare una previsione di spesa, però ti può sempre capitare la spesa straordinaria. Quindi, da monoreddito, mi ero iniziata a trovare in difficoltà».
Così, col tempo, Cristina capisce che rateizzare tutto può anche diventare una trappola sottile: si perde il conto, si agisce d’impulso, si compra senza riflettere davvero. Oggi, ha trovato un nuovo equilibrio: le rate restano una risorsa preziosa, ma solo quando servono davvero.
Per capire come trasformare la dilazione in uno strumento davvero sostenibile, nella puntata c’è Martina Moraschi, esperta di educazione finanziaria di Sella Personal Credit.
Questo podcast è una co-produzione di Rame e Sella Personal Credit.
Tue, 09 Dec 2025 - 12min - 188 - Percorsi 2ª Stagione 01. Paola, e le notti insonni che hanno fatto nascere la sua idea d'impresa
Paola Bernardotto ha 31 anni ed è incinta del suo secondo figlio quando un piccolo espediente per affrontare le notti insonni di Giuliano, il primogenito, diventa la scintilla di un’impresa. È il 2018: a Vicenza nasce Ettomio, una piccola realtà specializzata in arredi evolutivi per l’infanzia.
Nella prima puntata della nuova stagione di Percorsi, Domitilla Ferrari ci conduce nel cuore dell’imprenditoria al femminile con la storia di Paola Bernardotto, fondatrice di Ettomio. La sua è la storia di un progetto nato da un bisogno reale e cresciuto attraverso scelte coraggiose e consapevoli: dallo slow design alla produzione locale, fino alla decisione, tutt’altro che semplice, di rivedere i prezzi per restare sostenibili senza tradire i propri valori.
Paola, nel mondo dell’impresa, c’è cresciuta. Suo padre guida tuttora un’azienda che produce componenti per aeronautica e automotive, lavorando con materiali innovativi. Un modello di lavoro totalizzante che, per molti anni, la convince a tenersi alla larga dall’idea di seguire le sue orme. Così, Paola studia sociologia a Trento e poi si trasferisce a Londra dove si innamora del digitale. Una volta rientrata in Italia inizia a lavorare nel settore e ne esplora ogni sfumatura, tranne una: l’e-commerce.
È a questo punto, in attesa del secondo figlio, che arriva il cambio di passo. Le notti senza sonno diventano l’occasione per informarsi, studiare, immergersi in forum e blog. Paola scopre presto che quel problema che stava cercando di risolvere non riguardava solo lei. Così si muove subito: trova un falegname disposto a realizzare gratuitamente il primo prototipo di letto "montessoriano", lancia un e-commerce e sfrutta i mesi della seconda maternità per far crescere il progetto.
L’azienda ingrana e Paola impara a muoversi con naturalezza proprio in quell’ambiente imprenditoriale dal quale aveva cercato di prendere le distanze. Ma i dubbi da affrontare sono tanti: brevettare o no? Cercare finanziamenti? Come gestire il cash flow?
A guidarci attraverso questi snodi e a trasformarli in decisioni finanziarie consapevoli c’è Livia Trazza, Head of Acquiring Pos and E-commerce di Banca Sella.
Thu, 04 Dec 2025 - 22min - 187 - La nuova veste 04. Perché investire in armi è una cattiva scelta — anche per l’economia
Se ascoltiamo il dibattito pubblico, sembra che l’industria bellica sia un motore fondamentale dell’economia. Eppure, se guardiamo i numeri, il quadro cambia: in Italia il comparto della difesa pesa solo per lo 0,5% del Pil, molto meno di settori come l’automotive. E non è neppure un settore stabile: dipende da conflitti, decisioni politiche, costi energetici e materie prime, con andamenti in borsa che si impennano quando scoppia una guerra e crollano appena si parla di pace. In questa puntata de La nuova veste proviamo a mettere in discussione l’idea che “investire in armi faccia bene all’economia” e a capire come, invece, finisca soprattutto per alimentare una bolla finanziaria legata ai conflitti.
Con la giornalista Futura d’Aprile entriamo nel cuore dell’industria bellica italiana: scopriamo dove vanno le nostre armi, quali sono le zone grigie della legge 185/90, che ruolo hanno banche e fondi pensione nel rendere possibile l’export e perché, senza adeguata trasparenza, rischiamo di finanziare guerre persino attraverso i nostri risparmi “di lungo periodo”. Guardiamo anche al nuovo fronte delle armi autonome e dei cosiddetti killer robots, dove l’intelligenza artificiale riduce sempre più il controllo umano sui conflitti.
Nella seconda parte della puntata, con Aldo Bonati, Stewardship and ESG Networks Manager di Etica Sgr, proviamo a rispondere alle domande pratiche: i criteri ESG bastano a escludere davvero le aziende degli armamenti? Come si legge un prospetto per capire se un fondo è “non armato”? E quali strumenti abbiamo, come investitrici e investitori, per scegliere consapevolmente dove non vogliamo che arrivi il nostro denaro?
Questo podcast è realizzato in collaborazione con Etica Sgr, società di gestione del Gruppo Banca Etica, specializzata in investimenti etici e responsabili.
Tue, 02 Dec 2025 - 35min - 186 - Rituali 18. Alessandra Faiella: «Ho smesso di credere che i soldi sporchino l’arte»
Alessandra Faiella è un’attrice, comica e regista che ha attraversato teatro, televisione e cabaret diventando una delle voci più lucide e ironiche sulla condizione femminile, sul corpo e sull’età. Cresciuta in una famiglia medio borghese - padre editore, madre insegnante - Alessandra assorbe tanta cultura, ma un rapporto ansioso e poco strutturato con il denaro. «Mia mamma diceva sempre: “siamo poveri”, anche se potevamo permetterci tante cose».
Quando sceglie di fare l’attrice, entra in un mondo altrettanto ambiguo sul tema denaro. «Nel campo teatrale i soldi sono quasi un optional… parlare di soldi era un po’ volgare» . È la visione dell’art pour l’art, dove la qualità del lavoro dovrebbe prescindere dalla retribuzione. Ma questa mentalità, racconta, rende l’artista più fragile: «È una vita infame perché li finisci sempre troppo presto, sei sempre con l’affanno» .
Anche nella vita privata la gestione economica non migliora. Sposa un collega artista — «uno messo peggio di me» — e insieme affrontano stagioni di lavoro molto variabili, senza pianificazione. Nel frattempo Alessandra accumula multe fino a un debito di dieci milioni di lire, che riesce a saldare solo chiedendo una rateizzazione: «Proprio ciò che non devi mai fare: le mettevo lì… si sono accumulate tantissimo» .
Due incontri cambiano il suo rapporto con il denaro: l’arrivo di un figlio e la relazione, dopo il divorzio, con un’artista capace di gestire le proprie finanze con lucidità. «Ho cominciato a capire che hai tanti soldi anche perché li sai gestire» . Da lì inizia a risparmiare, controlla le sue app, si dà regole. E soprattutto supera il pregiudizio che i soldi “sporchino” l’arte: «Il mio lavoro è migliorato grazie a questa nuova attenzione al denaro: hai meno ansia» .
Questa consapevolezza diventa anche una forma di autodifesa professionale: «Se tu per prima pensi: “sono un’artista, i soldi non mi interessano”, ti dai la zappa sui piedi» . Oggi Alessandra sceglie i progetti con più criterio, negozia il giusto riconoscimento e rivendica condizioni dignitose — anche semplicemente poter viaggiare comoda: «Fa parte del mio lavoro» .
Il suo rituale di benessere finanziario, racconta, è aver iniziato finalmente a risparmiare: un gesto semplice, ma rivoluzionario per chi è cresciuta — e ha lavorato — in mondi dove di soldi non si parlava mai.
Tue, 25 Nov 2025 - 18min - 185 - Episodio 119. Cosa significa crescere in una famiglia dove la stabilità manca da generazioni
Michelle ha 44 anni ed è cresciuta a Salerno in un palazzo “bene”, abitato da avvocati, notai e professori universitari, in uno dei quartieri più facoltosi della città. La sua realtà quotidiana, però, è di tutt'altro genere. I soldi, in casa sua, non bastano mai. Il padre passa da un lavoro all’altro, la madre—francese, senza rete né lingua—resta a casa. Per Michelle bambina, la sensazione è quella di vivere sempre un passo indietro. «Le mie amiche andavano tutte a danza o in palestra, ma io non potevo. Mi bastava accompagnarle fino alla porta per sentirmi un po’ parte di quell’universo. Poi, quando mi chiudevano la porta della palestra in faccia — perché giustamente dovevano ballare o allenarsi — sentivo davvero quel senso di solitudine. I soldi hanno sempre rappresentato la linea di demarcazione tra me e loro».
Quando la famiglia si trasferisce in provincia, a Bellizzi, la distanza sociale si attenua e Michelle ritrova un po’ di equilibrio. Finito il liceo, si iscrive a Scienze della Comunicazione con il sogno di diventare giornalista. Il suo obiettivo è semplice: riscattare quella sensazione di svantaggio che la accompagna dall’infanzia. Ma presto arriva la realtà del Sud post-universitario a spegnere le sue ambizioni: accantona il sogno giornalistico e inanella una serie di lavori precari, l'ultimo dei quali dura tre anni, in Feltrinelli. E termina con un licenziamento. Ogni volta che pensa di essersi stabilizzata, qualcosa cede. È il suo “copione finanziario”, come direbbe lo studioso Brad Klontz: un’eredità emotiva che ti dice che la stabilità è provvisoria.
Intanto Michelle si sposa, diventa madre, e nel 2012 tenta la strada imprenditoriale. Apre un bistrot letterario assieme a due socie, con un finanziamento pubblico: un luogo vibrante, pieno di eventi, ma dove lei guadagna 600 euro al mese lavorando 13 ore al giorno. Dopo cinque anni lascia l’attività. A quel punto intraprende un dottorato triennale in moda e digital transformation. Ma di nuovo la strada si restringe: l’Italia abolisce gli assegni di ricerca ma non finanzia i nuovi contratti, lasciando centinaia di ricercatori in un limbo retribuito a malapena.
Oggi Michelle attende l’esito di un progetto di ricerca finanziato dall’Europa e, nel frattempo, ha aperto la Partita Iva e si occupa di formazione aziendale. Sa di valere, lo vede nel lavoro, nello studio, nella costanza con cui si è reinventata, ma fatica ancora a conciliare questo valore con un’incertezza economica che continua a pesare sulla sua vita. «Vivere nella precarietà economica mi fa soffrire, perché è qualcosa che non merito, soprattutto per le capacità e le competenze che ho maturato».
Tue, 18 Nov 2025 - 17min - 184 - Episodio 118. Finita l’università, sto pagando di nuovo per studiare: quanto costa trovare un lavoro?
Margherita, 26 anni, cresce a Cutrofiano in una famiglia dove i soldi “non mancano” ma si nominano a bassa voce. Dal padre, ingegnere informatico salito per gradi dalle radici contadine, eredita una bussola severa: ogni spesa è una responsabilità. «Per molti spendere è libertà o espressione. Io invece—anche da bambina—ci pensavo mille volte prima di farlo». Studia Economia a Ferrara, si laurea con il massimo dei voti, poi la magistrale in Marketing a Torino: sempre in pari, mai un “colpo a vuoto”. In testa, un obiettivo chiaro: far sì che le spese sostenute dai genitori durino il meno possibile.
Poi, finita l’università, la promessa del merito si sgonfia. «Avevo già dato tutto nello studio. Ero pronta a mostrare ciò che avevo imparato e a diventare indipendente. Ma non è stato così semplice». Torna in Puglia, torna in famiglia, torna l’ansia di “pesare”. I dati lo confermano: a due anni dal titolo, la disoccupazione tra i neolaureati resta intorno al 9–11%. «Non si parla abbastanza di quanto sia difficile il passaggio dall’università al lavoro», dice. Dopo centinaia di candidature, trova un posto nel marketing: prima stage da 700 euro al mese, poi apprendistato triennale da 1.200. I conti tornano perché vive a Gallipoli in una casa dei genitori, ma il lavoro non è quello che immaginava: «Mi sentivo regredita sotto ogni punto di vista… Non era la carriera da film che avevo pensato».
L’overqualification logora fiducia e portafogli. Finché il padre le suggerisce ciò che lei non avrebbe osato: un master. Margherita fa i conti e capisce che con i risparmi dei primi due anni può coprire l’affitto a Roma, mentre per la retta ricorre a un prestito d’onore.
È l’ennesima spesa “per studiare”, ma anche un tentativo di riallineare desideri e realtà, paura e ambizione. «Mi sento in colpa, ma sapere che i miei non stanno sacrificando nulla mi alleggerisce. Se dovesse andare male, ho tutta la vita per poter recuperare i soldi spesi». La sua storia parla di una generazione che paga—in tempo e denaro—il pedaggio tra laurea e lavoro. Dove l’educazione all’autonomia è anche imparare quando investire ancora su di sé.
Tue, 11 Nov 2025 - 16min - 183 - Storie di credito 02. Ileana, che compra a rate non per necessità ma per strategia
Ileana ha 65 anni e vive a Varese, la città dove è nata e cresciuta in una famiglia monoreddito. Nonostante le risorse fossero limitate, in casa non è mai mancata un’attenta gestione del denaro. Per il padre, poi, c’era una spesa che valeva più di tutte: quella per lo studio. E infatti entrambe le figlie hanno proseguito gli studi. Ileana sceglie Architettura e si trasferisce a Genova per frequentare l’università.
Dopo la laurea, rientra a Varese, apre la Partita Iva e inizia subito a lavorare come libera professionista. Sono anni favorevoli per il mercato edilizio, e Ileana decide di comprare casa accendendo il suo primo mutuo. «Non avevo un capitale sufficiente per acquistare la casa senza rateizzare», racconta. Quell’esperienza le apre una prospettiva nuova: la possibilità di gestire grandi spese nel tempo. «Trovo assurdo, dal mio punto di vista, spendere 4.000 o 5.000 euro per un computer quando posso dilazionare la spesa. Lo stesso vale per l’auto: non ne ho mai comprata una senza rateizzarne l’acquisto».
Oggi, comprare a rate non è più soltanto una necessità, ma può diventare una scelta consapevole e strategica. Significa gestire meglio la liquidità, mantenere flessibilità finanziaria, distribuire le spese nel tempo e, in certi casi, ottimizzare anche dal punto di vista fiscale.
Nella puntata, l’esperta Martina Moraschi di Sella Personal Credit spiega quando dilazionare una spesa è una decisione saggia, quando invece può trasformarsi in un rischio e qual è il momento giusto per estinguere un prestito.
Questo podcast è una co-produzione di Rame e Sella Personal Credit.
Tue, 04 Nov 2025 - 12min - 182 - Rituali 17. Vera Gheno: «Quando ho mantenuto un uomo, l’ha vissuto come un’onta — e il desiderio si è spento»
Linguista, saggista e attivista, Vera Gheno cresce in una famiglia monoreddito, con il padre – linguista e professore associato – come unico percettore di reddito. La dipendenza economica di sua madre è la leva che la spinge a lavorare fin da giovanissima: «Mia madre ha sempre avuto la paghetta da mio padre e nella loro lunga relazione felice non sono mancati momenti in cui ha detto: “Se solo potessi divorziare…”. Ma non poteva farlo, perché non aveva un reddito». Vera già a 16 anni lavora come receptionist in un ostello della gioventù, a 20 anni posa come modella di nudo per artisti: «Mi pagavano 250mila lire per tre ore. Le mie amiche che portavano pizze a domicilio ne guadagnavano 20».
Una volta laureata, si scontra per la prima volta con la precarietà del mondo accademico: assegni di ricerca rinnovati di anno in anno, compensi incerti e orizzonti sempre da ricostruire. «L’ambiente accademico è stato il driver per costruirmi un gruzzoletto, perché non sai mai cosa possa succedere domani». Il suo reddito è un patchwork di molte attività: la collaborazione con l'Accademia della Crusca, le traduzioni dall'ungherese, le consulenze sui social media e infine l'attività di autrice. A oggi ha scritto 17 libri, che ogni anno le garantiscono una rendita passiva che Vera considera la sua pensione.
Nel frattempo Vera si sposa, diventa madre e, dopo alcuni anni, si separa. Ma è proprio quella riserva di autonomia economica, costruita con determinazione, che le permette di affrontare il divorzio senza preoccuparsi dell’aspetto finanziario. Dopo il matrimonio, Vera entra nella “fase due” della vita sentimentale: «Quello che uno fa a 20 anni io l’ho fatto a 35»—e lì si ritrova più volte a mantenere partner irrisolti. Capisce presto il nodo: «Un uomo disoccupato e scontento del suo percorso lavorativo vive il mio sostegno come un’onta… con conseguenze pratiche anche nella relazione, perfino nella sessualità». Non a caso la stabilità sentimentale arriva con qualcuno «molto felice del suo percorso professionale».
Sul denaro, niente tabù. «La maggior parte delle persone prova un enorme imbarazzo a parlare di denaro. E se a farlo è una donna è ancora peggio». Oggi rivendica la dignità di chiedere il giusto («quando mi invitano a parlare monetizzo anche il tempo di viaggio e l’assenza da casa») e invita a non provare sensi di colpa: «Io non ho mai avuto il desiderio di accumulare all’infinito ma di avere i soldi per potermi permettere di dire, per esempio: “Prendo due giorni e vado alle terme”. E credo che non dovremmo vergognarci di questo. Viviamo nella società del senso di colpa: è giusto prenderci responsabilità e consapevolezza dei privilegi, ma non dovremmo sentirci in colpa solo perché guadagniamo».
Tue, 28 Oct 2025 - 26min - 181 - Episodio 117. Giulia Muscatelli: «Così le mancanze emotive si trasformano in bisogni materiali»
Giulia Muscatelli ha 36 anni, fa la scrittrice e vive a Torino, città dove è nata e cresciuta. La sua famiglia è ricca. O almeno così crede, osservando il modo di spendere di suo padre, giornalista sportivo affetto da disturbo bipolare, all'epoca non diagnosticato. A 11 anni, il fragile castello di agio in cui ha vissuto per tutta l'infanzia crolla: suo padre muore in un incidente stradale e madre e figlia si trovano a dover affrontare non solo l’assenza, ma anche la scoperta che al posto di una ricchezza c'è una montagna di debiti: «Ventimila euro di multe, seimila euro di canoni…».
Dopo il liceo, Giulia inizia a lavorare come cameriera e animatrice per contribuire alle spese e aiutare sua madre. E intanto studia. Prima Giurisprudenza, poi passa a Lettere, infine tenta quasi per gioco il test di ammissione alla scuola Holden, una delle più ambite scuole di scrittura creativa italiana. Con grande sorpresa, viene ammessa. E così, per frequentare la Holden, Giulia congela gli esami universitari, fa un prestito e continua a lavorare come cameriera. Una volta terminati gli studi, le viene offerta l’opportunità di collaborare con l’istituto. Sua madre vorrebbe che completasse l’università, ma Giulia decide di interrompere gli studi e iniziare a lavorare.
Apre così la Partita Iva e alla collaborazione con la Holden affianca esperienze nel mondo della pubblicità, arrivando a guadagnare anche 4.000 euro al mese. Tutto denaro che spende in vestiti e cene, un modo per tentare di colmare un vuoto interiore che cresceva dentro di lei, ma ignorando tasse e cartelle esattoriali: «Non è che non pagassi mai le tasse: ne pagavo solo alcune, totalmente a caso, in uno stato di incoscienza identico a quello di mio padre. Ho proprio perpetuato qualcosa che avevo visto fare a lui». In sei anni, i debiti raggiungono i 50 mila euro.
La svolta arriva quando entra nella sua vita il suo attuale compagno, e Giulia decide finalmente di affrontare la situazione, aiutata da una consulente finanziaria e spinta dalla gravidanza imminente: «Il giorno dopo aver scoperto di essere rimasta incinta, mi è arrivata l’ultima cartella esattoriale da 16.000 euro. Mi sono spaventata, ma non perché i figli ti cambiano: ho avuto paura che mio figlio potesse crescere come me».
Nel suo percorso di consapevolezza, segnato da incertezze e compromessi, Giulia si sta rendendo conto che il primo passo concreto per trasformare il suo rapporto con i soldi è proprio abitare questa complessità: «Per questo mi piace scrivere di soldi: non sono assolutamente risolta, c’è un caos enorme dentro di me». Un tema che Giulia esplora anche in Poveraccia, il suo podcast appena uscito per Mondadori Studios.
Wed, 22 Oct 2025 - 16min - 180 - Rituali 16. Anna Gregorio: «Io, astrofisica per l'Esa, ho dovuto diventare imprenditrice per guadagnare con dignità»
Anna Gregorio è un’imprenditrice e docente dell’Università di Trieste, che coordina missioni spaziali per l’Agenzia Spaziale Europea e, contemporaneamente, ha fondato un’azienda oggi riconosciuta come PMI innovativa dell’anno. La sua storia intreccia scienza, determinazione e la capacità di affrontare sfide straordinarie, spesso senza ricevere il riconoscimento che meritava.
Nata e cresciuta a Trieste in una famiglia economicamente stabile, Anna sogna l'indipendenza economica ma ha il mandato di studiare: «Avrei voluto fare qualche attività per essere indipendente, però mi era praticamente vietato, perché dovevo studiare: prima l’università, poi il dottorato, ed è chiaro che è difficile essere indipendenti con la borsa di dottorato».
La svolta della sua carriera scientifica arriva con la missione Planck dell’Agenzia Spaziale Europea, in cui le viene dato un ruolo di primo piano. Un’esperienza intensa e globale che le permette di acquisire competenze uniche e riconoscimenti internazionali. Tuttavia, al rientro in Italia, il meritato riconoscimento economico e professionale non arriva: «Sono passati tutti i miei colleghi davanti a me, io proprio in coda ultima». È una delusione che la segna profondamente, ma non la ferma.
Da questa frustrazione nasce la decisione di fondare un’azienda nel settore spaziale. Determinata a riconoscersi da sola il merito che l’accademia non le dava, affronta anni iniziali durissimi, ma la sua esperienza e reputazione aprono porte importanti. Dopo la pandemia arrivano i primi finanziamenti, e nel 2021 l’azienda conquista il primo cliente commerciale in Europa, fino ad arrivare a lanciare tre sistemi in orbita, incluso un satellite per il 5G nel luglio 2025.
Nonostante il successo imprenditoriale le abbia finalmente permesso di valorizzare il proprio lavoro, l’insoddisfazione in ambito accademico resta. Gestire un’azienda l’ha costretta a lavorare part-time all’università, ma il compromesso non si traduce in più tempo libero: «In realtà lavoro molto più dei miei colleghi e, nonostante questo, vengo pagata solo due terzi del loro stipendio». Una contraddizione che Anna affronta con pragmatismo, ma che racconta quanto spesso il riconoscimento formale non segua il vero valore del lavoro.
Accanto a lei c’è suo marito, compagno di vita e di passioni, che la supporta nella gestione economica familiare. Insieme condividono l’amore per la vela e lo sci, e con lui, Anna ha imparato che il denaro non è solo un fine, ma uno strumento per coltivare i propri desideri fuori dalla sfera lavorativa.
Tue, 14 Oct 2025 - 14min - 179 - Episodio 116. Io, stagista a 32 anni, voglio smetterla di sentirmi in ritardo sull'orologio sociale
Giulia ha 32 anni ed è originaria di Cesena, dove è cresciuta in una famiglia benestante, con il mantra di andare bene a scuola perché «un buon titolo uguale a un buon stipendio, uguale a una sicurezza», le dicevano i suoi. Finito il liceo, Giulia vorrebbe studiare Medicina. Quando però non riesce a superare il test di ammissione, sceglie una facoltà che le sembra affine, Farmacia, e si trasferisce a Bologna. Ma già dal secondo anno si accorge che quel percorso non ha nulla a che fare - lavorativamente parlando - con Medicina. Potrebbe continuare, protetta dalla sicurezza dei genitori che le pagano retta e affitto. Ma è proprio quella sicurezza che inizia a pesarle, così decide di rinunciare agli studi e comincia a lavorare full time in un bar. Per la prima volta, riesce a mantenersi da sola. Però, non si sente realizzata. «Avevo 22 anni, ma mi sentivo come se avessi sbagliato strada, senza alcun modo per cambiare o capire davvero cosa volessi fare».
Proprio allora fa un incontro destinato a cambiare la sua vita. Conosce un uomo più grande di lei, che diventerà il suo compagno, e che, dopo essere nato in una famiglia umile e aver lavorato in fabbrica, all'età di trent'anni ha iniziato a seguire il suo sogno di lavorare nel cinema. «Lui mi ha mostrato che non esistono tappe prestabilite e che le strade possono essere ripercorse a ritroso».
Da quel momento, Giulia inizia a guardare ogni aspetto della sua vita da una prospettiva diversa: parte per esperienze di volontariato all’estero e si concede finalmente la libertà di seguire una strada che sente sua. Si iscrive alla Facoltà di Cooperazione Internazionale a Bologna, e nel frattempo trova lavoro in un centro di accoglienza. Finita la Triennale, nasce il loro primo figlio e Giulia decide di proseguire gli studi in Gestione dei fenomeni migratori. Dopo la nascita del secondo figlio, il contratto al centro di accoglienza non viene rinnovato e Giulia decide di rimettersi in gioco iscrivendosi a un Master in Fundraising.
Per ora, Giulia dal Master ha ottenuto solo uno stage extra-curricolare in un’organizzazione no-profit. Gratuito. Da una parte sente che è legittimo prendersi dei «periodi in cui si mette in pausa l’idea di ricevere uno stipendio, perché poi magari questo porterà a qualcosa di più bello, più soddisfacente e anche forse più redditizio». Ma fa fatica a staccarsi dallo schema culturale che ha assorbito da bambina, per cui al primo posto c'è lo stipendio e la stabilità che ne deriva. Giulia in questo momento è in viaggio. Giulia in questo momento è in viaggio. Sta cercando di arrivare alla sua sintesi - unica e personale - di tutti i condizionamenti ricevuti nel percorso. È un viaggio affascinante, ma scandito da paure e sensi di colpa.
Tue, 07 Oct 2025 - 12min - 178 - Storie di credito 01. Simone e quella passione decollata a rate
Simone cresce a Lazzate in una famiglia di ceto medio: genitori prudenti, conti in ordine, ma nessun tabù sui desideri—dalla reflex del papà al primo Tamagotchi “cercato in tutte le giocherie". È lì che Simone impara che il denaro serve a vivere la vita che ci rappresenta, non a essere accumulato. Il primo finanziamento arriva per una passione: girare un cortometraggio con droni e stabilizzatori appena usciti (spesa totale circa 12.000 €). L’unboxing gratifica, ma ogni decollo fa sudare freddo: «Pregavo che tornasse, altrimenti erano migliaia di euro volati via». Le rate, però, non lo spaventano: le ha pianificate e inserite nel bilancio da subito. Da allora le usa così: micro-finanziamenti per continuare ad avere liquidità, una quota fissa tra le spese ordinarie nelle app di controllo, mai “il passo più lungo della gamba”. L’idea di fondo è semplice: mantenere autonomia senza pesare sul bilancio familiare.
Nella puntata, l’esperta Martina Moraschi di Sella Personal Credit chiarisce differenze tra prestito personale, finalizzato e carta rateale, cosa succede se salti una rata e perché il dialogo con l’istituto di credito è la prima tutela. Con una domanda guida: la rata mantiene o erode l’armonia di coppia?
Questo podcast è una co-produzione di Rame e Sella Personal Credit.
Tue, 30 Sep 2025 - 13min - 177 - Rituali 15. Nicole Rossi: «Tra la stabilità economica e la fama, sceglierei la stabilità»
Amatissima dal pubblico per empatia, tenacia e autenticità, Nicole Rossi è un’attrice e Content Creator italiana, diventata celebre con Il Collegio e consacrata dalla vittoria a Pechino Express nel 2020. Ma dietro il suo successo c’è una storia che parla di periferia, di sacrifici e di una fame che non è soltanto materiale.
Cresciuta in una famiglia operaia a Cinecittà, Nicole impara presto il peso e il valore del denaro. In casa non è un tabù, ma manca una vera educazione finanziaria: «Sapevo solo che nei momenti in cui la mia famiglia si lamentava di più non dovevo chiedere soldi», racconta. Quelle ristrettezze la spingono a lavorare fin da giovanissima. Non solo per non dover più chiedere nulla, ma soprattutto per concedersi il teatro, la sua prima grande passione: «Il teatro per me era la possibilità di guardare già oltre i muri del quartiere». Accanto a lei c’è il padre: scettico sull’idea di un vero riscatto sociale, ma pronto a sostenerla in ogni passo: «Con una mano mi diceva di no con l'altra mi dava i soldi per fare lezioni di recitazione».
Con l’arrivo della notorietà – tra Il Collegio, Pechino Express e Skam – Nicole si trova giovanissima a dover gestire fama e denaro. Il primo stipendio lo spende in cose futili, piccoli oggetti che rappresentano però una rivendicazione di libertà: per la prima volta non deve dire “grazie” a nessuno. Poi, grazie al padre, impara a dare struttura al suo lavoro: apre la Partita Iva, mette da parte i risparmi e punta a un obiettivo preciso, la sua prima casa. Lo raggiunge un anno e mezzo fa, con orgoglio ma anche con un misto di senso di colpa e paura: orgoglio per la conquista, colpa per il confronto con i genitori che ci erano riusciti poco prima, timore che sia un’illusione difficile da mantenere.
Oggi Nicole guadagna molto più dei suoi coetanei, ma non smette di fare i conti con la precarietà del suo mestiere. «Se io potessi scegliere di avere 10.000 euro al mese, ma rinunciare ai 10 milioni che potrei guadagnare con un film hollywoodiano, io rinuncerei», confessa. «Non sono ingorda dell’avere di più: voglio solo mantenere quello che ho». Il suo rapporto con il denaro, infatti, è pragmatico: «Non cerco l’arricchimento illimitato, cerco la stabilità e la possibilità di godere delle cose semplici».
Anche nella gestione quotidiana Nicole è metodica: «Ho imparato a separare i conti: da una parte metto tutto ciò che arriva, tenendo conto di mutuo e spese fisse; dall’altra scelgo una cifra che considero come il mio stipendio, solo per ciò che posso davvero permettermi. Così vivo più serena». Ma il suo vero rituale di benessere finanziario, spiega, «non ha a che fare con numeri o tabelle: sta nel guardare oltre i soldi e concentrarmi su quello che mi permettono di vivere».
Tue, 23 Sep 2025 - 19min - 176 - Episodio 115. Ho smesso di lavorare con l'arte: non potevo legarla a un profitto
Serena Osti ha 40 anni e vive a Volano, in provincia di Trento. I suoi genitori, entrambi con storie di grandi ricchezze perdute alle spalle, crescono Serena nel culto del risparmio, senza però insegnarle a gestire il denaro: «Fino ai diciannove anni non avevo mai avuto denaro tra le mani. Il mio desiderio più grande era andare a lavorare per avere finalmente quei benedetti soldi».
Dopo il liceo, Serena inizia a lavorare nei rifugi di montagna. Con quei primi guadagni si rende conto di quanto il modello familiare del risparmio sia radicato in lei: ogni euro viene speso con attenzione. Ma questa priorità data al guadagno influenza anche le sue scelte personali: pur desiderando l’Accademia di Belle Arti, opta per Design Industriale, convinta che quella laurea le avrebbe assicurato un futuro sicuro.
Terminata l’università nel 2008, Serena trova nel crollo dei mercati finanziari e nell’incertezza sul futuro il coraggio di rischiare e inseguire il sogno che ha sempre sentito suo: diventare artista. Grazie a una borsa di studio Erasmus Plus, si trasferisce a Brighton e inizia un tirocinio come assistente di alcuni artisti. Qui scopre, con sorpresa, che tra arte e profitto esiste un legame molto più stretto di quanto avesse immaginato. Dopo un anno in Inghilterra, rientra a Bolzano, dove inizia a lavorare per un artista locale.
Dopo sei anni nel mondo dell’arte, Serena si accorge che, pur valorizzando il lavoro degli altri, fatica a vedere riconosciuto il valore economico delle proprie creazioni. Ma non solo: fatica anche ad attribuire un prezzo a un lavoro così intimamente emotivo e legato a una disciplina libera e pura: «Non riuscivo a giustificare il fatto di guadagnare con ciò che facevo, dato che lavoravo con le emozioni delle persone. Per avere quella libertà totale, ho capito che non potevo legarla a un profitto personale».
Così decide di interrompere il lavoro di artista e approda al mondo del marketing, dove trova un impiego solido e continuativo. Oggi lavora a tempo pieno e il suo stipendio è ben diverso da quando faceva arte. Anche il suo rapporto con il denaro è cambiato: «Mi sono ritrovata a passare da un ipercontrollo a zero controllo: ho scoperto il tempo libero, il weekend, la vita… Per me, però, l’idea di lavorare e rischiare di spendere lo stipendio di un mese resta impensabile, perché la storia della mia famiglia insegna che c’è sempre una ragione per mettere soldi da parte per qualcosa di migliore».
Tue, 16 Sep 2025 - 15min - 175 - Episodio 114. Quando ho iniziato a essere gentile con me stessa, è migliorato anche il mio rapporto con i soldi
Matilde ha 33 anni e lavora come impiegata in un’azienda di Firenze. Nata e cresciuta a Prato, la sua infanzia è segnata da paura e sopraffazione. «Ho avuto un padre molto violento. Era un pubblico ufficiale e rinfacciava a mia madre - casalinga - anche i beni di prima necessità che comprava per noi. Mi sono resa conto molto presto che i soldi erano qualcosa di importante, ma da bambina non volevo mi si comprasse nulla. Non chiedevo mai ciò di cui avevo bisogno, perché sapevo che avrei in qualche modo disturbato».
A sedici anni, dopo un episodio di violenza particolarmente grave, la famiglia riesce a cacciare di casa il padre. Prima di andarsene, però, l’uomo svuota il conto corrente comune, lasciandole senza risorse. Il mantenimento, irrisorio, costringe la madre a lavorare instancabilmente, alternando attività diverse, mentre anche Matilde e la sorella - ancora minorenni - iniziano a contribuire economicamente.
Dopo le superiori, Matilde si iscrive al Dams di Bologna grazie a una borsa di studio, e continua a vivere con la madre e la sorella minore. All’età di 22 anni scopre di essere lesbica. Il suo orientamento sessuale incontra l'incomprensione di sua madre, così decide di trasferirsi a Roma. Lì lavora in un negozio di abbigliamento e si iscrive alla Magistrale in Scienze della Comunicazione, sostenendo gran parte delle spese universitarie e contribuendo al sostentamento della madre. Gli anni romani sono difficili, contraddistinti da solitudine e fatica. In seguito si ritroverà a vivere a Milano, a Bologna e poi infine a Firenze, cambiando partner e lavoro, ma con una costante: «Ho sempre avuto un sistema punitivo molto rigido, anche con i soldi: pensavo di non meritare di spenderli, perché magari il giorno dopo avrei potuto averne bisogno per risolvere un problema».
Oggi, Matilde percepisce uno stipendio di 1.600 euro al mese e, sebbene continui a fare fatica a spenderli o a risparmiare, il suo rapporto con i soldi sta pian piano cambiando, grazie al sostegno della compagna e alla psicoterapia: «Quando ero all’università, ogni volta che prendevo 30 mi premiavo con una pizza; se invece prendevo anche solo 29, ero capace di digiunare per punirmi, perché ritenevo di non essere stata abbastanza brava. Oggi il mio rapporto con il denaro è migliorato, e sto imparando a concedermi dei piaceri, ma è stato un percorso piuttosto difficile».
Tue, 09 Sep 2025 - 19min - 174 - Episodio 113. L'arte di proteggere i sogni
Camilla Ragazzi ha 36 anni e lavora come consulente legale. È cresciuta a Bologna in una famiglia che lavorava senza sosta, ma senza mai avere una riserva di sicurezza: «Ogni imprevisto, ogni incidente, era in grado di mettere in crisi l’intera famiglia. Così, crescendo, mi sono detta che la priorità nella vita è avere un backup».
Dopo gli studi in giurisprudenza e l’ingresso nel pubblico impiego, un risarcimento per un incidente del padre le fa capire concretamente l’importanza di gestire e proteggere un cuscinetto d’emergenza: «All’inizio, quando ti arriva una somma di denaro, la prima domanda è: “E adesso cosa ci faccio?”. E l’incertezza spesso porta a spenderlo. Poi realizzi quanto sia importante avere una riserva che ti permetta di affrontare le difficoltà con serenità».
Con Paolo, il compagno di vita, Camilla coltiva la passione per i viaggi. Dopo una vacanza in van decidono di trasformare quel sogno in un progetto duraturo: acquistano e ristrutturano un camper, mettono la casa in affitto, adottano uno stile minimalista e iniziano a investire i risparmi. Una scelta che non nasce dall’improvvisazione, ma da un’attenta pianificazione: «Abbiamo fatto un inventario dei nostri asset e pianificato come proteggere il progetto. Sapere di avere un cuscinetto ti dà la sicurezza necessaria per portare avanti davvero un sogno».
Oggi Camilla e Paolo vivono viaggiando e raccontano la loro esperienza online. Per lei, il fondo d’emergenza non è più solo una rete di salvataggio, ma la garanzia che rende possibile vivere secondo i propri desideri.
Wed, 03 Sep 2025 - 16min - 173 - Episodio 112. Solo con la gravidanza, ho ritrovato il coraggio di rischiare
Simona Cammarata ha 46 anni e vive a Ragusa, città dove è nata e cresciuta in una famiglia monoreddito, in cui solo il padre percepiva un introito fisso. Quando Simona ha 11 anni, però, il padre decide di mettersi in proprio, aprendo un’impresa. Quello che sembrava un passo verso il miglioramento delle loro condizioni si rivela una sfida piena di ostacoli. «Siamo passati da una situazione di stipendio fisso e sicurezza a dover seguire le ambizioni di mio padre».
Nonostante le incertezze, le figlie riescono a iscriversi all’università: Simona sceglie Economia, mentre la sorella intraprende Veterinaria. Entrambe fuorisede a Catania. Durante gli anni universitari, Simona inizia a immaginare un futuro che va oltre i confini della Sicilia. Le sue passioni prendono forma tra le lezioni di economia dello sviluppo e le ricerche sui Paesi emergenti. Ma mentre i suoi orizzonti si aprono, l’azienda di famiglia va in crisi. Il padre vende le quote e accetta un impiego al Nord. E Simona è chiamata a gestire la situazione che lui si è lasciato alle spalle, rinunciando così ai suoi sogni. «Ricordo ancora quando, a 25 anni, neolaureata e con una preparazione solo teorica, entrai in banca a chiedere una dilazione di pagamento».
Una volta laureata, sceglie la strada che le sembra più sicura: diventare commercialista. «Probabilmente, con la sicurezza di una famiglia capace di supportarmi, mi sarei sentita più libera di sperimentare, magari andando all’estero o provando altri tipi di consulenza». Simona, se non altro, prova a essere il paracadute di sua sorella, affinché almeno lei non avesse paura di realizzarsi fuori dai confini della Sicilia. «Mia sorella colse al volo l’opportunità di lavorare in Belgio e da allora non è più tornata».
Dopo l’abilitazione Simona apre la partita Iva, ma continua a collaborare con altri studi. Le scelte economiche dei suoi genitori non avevano solo condizionato il suo percorso, ma anche la sua personalità, rendendola meno propensa a rischiare. «Benché avessi clienti miei, non riuscivo a sganciarmi da altri studi. Cercavo sempre di mantenere quella base che un po’ mi dava sicurezza. Non solo: accettavo lavori in maniera bulimica, anche se mi capitavano clienti problematici, prendevo tutto».
Il punto di svolta arriva quando Simona affronta la gravidanza. «Mi ero accorta che non avevo più tempo né per la mia famiglia né per me, così ho deciso di rischiare: lasciare lo studio e di mettermi totalmente in proprio». A dispetto delle paure iniziali, le entrate di Simona iniziano a stabilizzarsi, permettendole per la prima volta di guardare oltre la semplice sopravvivenza economica. E di imparare a lasciare andare ciò che, pur garantendo un buon guadagno, spesso non rappresenta il giusto compromesso con il proprio benessere. «Il focus era cambiato: si trattava di scegliere incarichi che mi permettessero di gestire meglio il mio tempo, di avere tempo di qualità».
Wed, 30 Jul 2025 - 14min - 172 - Episodio 111. Da tre anni, dono il 10% del mio reddito
Luca Stocco ha 26 anni e vive a Torino, anche se è originario di Monfalcone, una cittadina di circa 30.000 abitanti nel Friuli Venezia Giulia. Nato e cresciuto in una famiglia umile, fin da adolescente ha un sogno chiaro: diventare batterista. Così, per sostenere la sua passione, si iscrive alla triennale in Scienze e Tecnologie Multimediali a Pordenone.
Intorno ai 18-19 anni, Luca legge un libro destinato a cambiargli la vita: The Life You Can Save, del filosofo Peter Singer. Il testo affronta il tema delle disuguaglianze economiche a livello globale e pianta in Luca un seme importante. Sebbene inizialmente il libro venga messo da parte, quel pensiero rimane con lui e quando arriva il momento di scegliere la magistrale, Luca decide di abbandonare il sogno musicale e si trasferisce a Milano per iscriversi a un corso che unisce filosofia e scienze politiche, con un forte focus su filosofia politica e morale: «Leggendo e informandomi sempre di più, mi è rimasto il pensiero fisso del "forse posso fare qualcosa di più significativo" con la mia carriera. E col tempo, quella è diventata una domanda centrale per me».
Durante gli studi a Milano, Luca inizia a collaborare con alcune organizzazioni benefiche e a guadagnare i suoi primi soldi. Decide così di iniziare a donare, ma non in modo casuale: scopre l’esistenza di una comunità globale di oltre 10.000 persone impegnate a donare il 10% del proprio reddito, basandosi su rigorosi criteri di costo-efficacia per scegliere a chi destinare le proprie risorse. Alcune organizzazioni, infatti, con la stessa somma riescono ad aiutare molte più persone rispetto ad altre.
Proprio da questa lista, Luca seleziona le charity a cui destinare il suo 10%. «In particolare, c’è New Incentives, che incentiva i genitori a vaccinare i bambini nel nord della Nigeria, dove i tassi di vaccinazione sono molto bassi. C’è poi Helen Keller International, che distribuisce micronutrienti e integratori di vitamina A, la cui carenza è la principale causa di cecità prevenibile nei bambini. Poi, un altro tema a cui tengo molto è il benessere degli animali non umani, soprattutto negli allevamenti intensivi».
Appena finita l’università, Luca decide di partecipare a un programma di incubazione per progetti ad alto impatto sociale. E dopo quest’esperienza, insieme a un socio, fonda Benefficienza, un'organizzazione non profit che ha la missione di aiutare i donatori in Italia a fare scelte più informate quando donano al fine di massimizzare l'impatto.
«Quindi, di fatto, la passione che ho sviluppato negli ultimi anni, da quando ho firmato l’impegno del 10%, è stata quella di capire come fare del bene con le mie donazioni. Ora cerco di aiutare altre persone a fare la stessa cosa. Benefficenza vuole essere proprio un anello di congiunzione tra i donatori in Italia e tutte queste ricerche a livello globale, che permettono di fare scelte molto più informate e, di conseguenza, potenzialmente centuplicare l’impatto generato senza spendere un euro in più».
Tue, 22 Jul 2025 - 16min - 171 - Episodio 110. Ho guadagnato tanto per poter scegliere, non per spendere
Ingrid Leka ha 45 anni e vive a Milano. La sua storia, però, comincia dall’altra parte dell’Adriatico, in Albania, dove ha trascorso i primi tredici anni di vita. Nel 1993, insieme alla madre e al fratello, raggiunge il padre in Italia, sbarcato a Bari due anni prima.
Cresciuta in un paese comunista, dove ogni aspetto della vita era controllato dallo Stato, Ingrid ricorda una gestione familiare del denaro estremamente attenta: «Durante la mia infanzia non ho mai percepito ansia legata al denaro. Quello che ho sentito, invece, è stata la mancanza di beni materiali. Ma era una mancanza che prescindeva dai soldi: anche se li avevi, non era detto che potessi comprare ciò che volevi». Anche dopo l’arrivo in un Paese dove il consumo è non solo libero ma incentivato, in casa Leka rimane un approccio sobrio e misurato: «Siamo sempre stati abituati a guardare prima il prezzo, e questa abitudine mi è rimasta. Ancora oggi non provo un vestito se prima non so quanto costa».
Le sue scelte scolastiche rispondono allo stesso principio: assicurarsi un futuro indipendente, con una stabilità economica. Per questo sceglie Economia, e dopo la laurea in Bocconi entra subito nel mondo del lavoro. Dopo alcune esperienze in Italia, JP Morgan la chiama a Londra per un ruolo ad alta specializzazione. È l’ingresso in un mondo di opportunità, responsabilità e — per la prima volta — benessere economico tangibile.
Dopo cinque anni in Inghilterra, Ingrid sceglie di tornare in Italia, dove vive il suo compagno, per costruire una famiglia. È il primo cambio di rotta per la sua carriera: si mette in proprio e l’attività di consulenza finanziaria le permette di diventare madre di tre figli. Ma il lavoro da libera professionista non si rivela soddisfacente — né dal punto di vista economico, né da quello personale. Ed è proprio in quell’inquietudine che germoglia una nuova possibilità: dare spazio alla creatività ed esplorare il mondo dell’arte. Con i soldi messi da parte negli anni a JP Morgan, prende in affitto uno spazio e apre il suo laboratorio. Intanto cerca di farsi conoscere, tra social e piccole esposizioni.
Questo passaggio è reso possibile sia dalla sicurezza economica costruita in vent’anni di carriera, sia dalla sensazione di aver in qualche modo adempiuto al proprio “dovere” sociale. «Oggi mi sento libera: mi sono sposata, ho avuto i figli, ho messo da parte un po’ di soldi. E adesso posso permettermi di fare ciò che desidero. Voglio fare l’artista, e così faccio».
Una scelta che Ingrid considera educativa anche per i suoi figli. «Sono felice che crescano esposti alle mie difficoltà economiche — perché, al momento, vendo pochi pezzi - ma anche alla mia realizzazione. Paradossalmente, oggi mi riconosco più valore come artista di quanto me ne riconoscessi come consulente finanziaria».
Tue, 15 Jul 2025 - 14min - 170 - Rituali 14. Arianna Porcelli Safonov: «In campagna ho scoperto che il vero guadagno è la mancata spesa»
Arianna Porcelli Safonov, oggi scrittrice, autrice comica e storyteller, ha iniziato come project manager di grandi eventi. Titoli roboanti e paga minima: venti ore di lavoro al giorno per 950 euro nella Roma del 2010. Dopo l’ennesima notte in cui apre gli occhi sul sedile di un taxi senza ricordare la destinazione, strozzata dall’“apnea professionale”, decide che l’unico aumento possibile è mollare. Si trasferisce così a Madrid che le restituisce un salario decente e la piena possibilità di goderlo grazie al basso costo della vita.
A un certo punto decide di riprovare a vivere in Italia. Non torna a Roma, bensì affitta un fienile in Appennino, in un borgo di sei anime ai confini tra Piemonte, Liguria e Lombardia. È lì, in quello spazio essenziale e silenzioso, che nasce Fottuta Campagna, il libro con cui racconta con disincanto la vita fuori dalle città.
In campagna, il suo rapporto con il denaro cambia radicalmente: «Lì ho scoperto che il mio reale guadagno è la mancata spesa. E che c'è una sezione primitiva del nostro organismo che ci consente di sopravvivere anche senza le ciabattine antiscivolo o la piastra per i capelli».
Oggi la comicità di Arianna è uno strumento affilato per riflettere su mode, costumi, contraddizioni e assurdità quotidiane. Ma è anche un modo per interrogarsi sul ruolo dell’arte nel presente, in un contesto in cui la libertà espressiva è spesso subordinata alla logica del consenso. «Il problema dell’arte, in Italia almeno, non è la precarietà, ma il fatto di non essere più libera», sottolinea. «Non c’è denaro che possa restituire la libertà di espressione a determinati contesti dove l’arte cerca ancora di fare il proprio. Più che il conformismo trovopericoloso il presunto anticonformismo. Cioè la presentazione che adesso si sta facendo di un contesto accogliente e inclusivo, dove in realtà c'è una censura bianca che è estremamente più pericolosa. Spesso ho avuto anche io la tentazione di autocensurarmi, non per ottenere più lavori, ma sul palco, perché ho sentito la pesantezza di una minaccia non verbale, che accade ovviamente nei contesti istituzionali».
Tue, 08 Jul 2025 - 21min - 169 - Episodio 109. Salvaguardare lavoro e affetti, in menopausa, mi costa 3.000 euro all'anno
Federica Falzea ha 43 anni, vive a Milano ma è nata e cresciuta a Lecce in una famiglia dove l’istruzione è sempre stata il vero motore di riscatto sociale. Figlia di due medici, Federica sceglie un approccio più olistico alla cura: va a studiare osteopatia a Milano, trovando alloggio presso una congregazione di suore, dove per la prima volta entra in contatto con la vita religiosa.
Dopo quattro anni di studio, la svolta. Decide di lasciare la scuola per entrare in convento, dove trascorre nove anni studiando Psicologia Giovanile e Teologia. Col tempo, però, la spinta iniziale inizia ad affievolirsi e Federica decide di lasciare la vita religiosa per riprendere gli studi di osteopatia. In tre anni conclude la scuola, apre uno studio, si sposa e ha due figli.
Tutto procede bene fino al 2022, quando le viene diagnosticato un tumore al peritoneo. Durante l’intervento le vengono asportati anche utero e ovaie e, dopo l’operazione, cominciano sintomi molto potenti: confusione, sbalzi d’umore, sudorazione e insonnia, inizialmente attribuiti all’intervento.
Nella casa di cura dove è stata operata, nessuno la informa che la rimozione degli organi riproduttivi avrebbe causato una menopausa chirurgica precoce. Solo in seguito, grazie alla sua ginecologa, arriva la diagnosi corretta e l’inizio della terapia ormonale sostitutiva, la TOS. Federica sta meglio, ma si ritrova ad affrontare un nuovo ostacolo: i costi.
La terapia, infatti, è tutta a carico suo. Tra farmaci, pomate specifiche e fisioterapia riabilitativa legata ai sintomi della menopausa, la spesa arriva facilmente a superare i 3.000 euro all’anno. Una cifra significativa, soprattutto se si considera che molte di queste cure non sono un “di più”, ma un’esigenza per continuare a vivere bene.
I costi della menopausa non si fermano però alle terapie: si riflettono anche sul lavoro. Le donne affrontano questo passaggio fisiologico nel momento di massima responsabilità e rendimento professionale. Secondo uno studio anglosassone, ogni anno le donne in menopausa si assentano dal lavoro per una media di 24 ore, causando una perdita economica stimata in 15 milioni di euro. E se lavori in proprio, come Federica, il prezzo si misura in termini di mancato guadagno: «Io, da agosto del 2022, dopo circa cinque mesi, ho ripreso a lavorare. Cinque mesi senza alcuna entrata, senza alcun guadagno».
Così, per contrastare anni di invisibilità e disinformazione, Federica e un’amica, Silvia, decidono di dare vita a MenoP: un progetto che vuole rompere il tabù attorno alla menopausa e dare finalmente voce a un’esperienza femminile ancora troppo spesso ignorata. Insieme organizzano focus group e incontri nelle aziende, portando formazione e consapevolezza dove ancora mancano strumenti e parole: «Cerchiamo di offrire una narrazione della menopausa diversa da quella che ci viene solitamente proposta, una narrazione in cui possiamo davvero riconoscerci e sentirci coinvolte».
Wed, 02 Jul 2025 - 17min - 168 - Episodio 108. Solo in Francia ho trovato i soldi per finanziare la mia idea
Giulia Spina ha 42 anni, ed è metà imprenditrice, metà dipendente. È cresciuta a Torino, in una famiglia benestante ma segnata dalla memoria di chiusure d’azienda e prudenza finanziaria. Dopo aver conseguito un dottorato in Fisica e aver trascorso alcuni anni felici in un’azienda aeronautica, Giulia e suo marito decidono di trasferirsi in Francia, a Clermont-Ferrand, città natale di lui, nel cuore della “Diagonale du Vide” francese. Qui, benché fatichi a creare una rete di amicizie, Giulia trova le condizioni ideali per tirare fuori l’idea green chiusa in un cassetto da anni: un depuratore d’aria che sfrutta le piante per pulire l’acqua e restituire agli ambienti interni un “microbiota da bosco”.
«Mi sono trovata in un momento in cui Macron ha deciso che la Francia dovesse diventare la start-up nation… e ho detto: “O la faccio adesso, o non la farò mai più”». Si licenzia e si dedica alla sua idea. Una scelta resa possibile dalla misura che garantisce due anni di disoccupazione a chi avvia un’attività in proprio.
«In Francia, ancora prima di aver creato l’azienda, sei considerato “portatore di progetto” e puoi già fare domanda per ottenere delle sovvenzioni». Giulia presenta il progetto, ottiene 20mila euro dei 30mila necessari a realizzare il prototipo. Gli altri 10mila li ottiene con un borsa regionale. E così si dedica allo sviluppo di tre prototipi. Le difficoltà non mancano: «Realizzare e testare i prototipi è costoso. Inoltre, bisogna capire se il mercato è pronto: a volte un prodotto può funzionare perfettamente, ma non incontrare interesse, o viceversa risultare troppo costoso per il mercato».
Oggi Giulia finanzia il suo progetto con un prestito d’onore da 120.000 euro dalla Banque Publique d’Investissement (BPI), una banca pubblica francese che sostiene le start-up accettando l’alto rischio di fallimento. «Il mio sogno sarebbe portare questo sistema anche in Italia, perché finanziare l’innovazione è sempre una scommessa: nove volte su dieci non va a buon fine, ma è un rischio che bisogna accettare».
Finiti i due anni di disoccupazione, Giulia ha trovato un lavoro stabile in un’azienda idroelettrica, che le ha permesso di riequilibrare anche la vita familiare. «Mi stavo ritrovando a fare quasi solo la casalinga, ero io a dover andare a prendere i bambini a scuola perché "avevo più tempo libero". Ora la situazione è più equilibrata e per i nostri figli è importante passare tempo con entrambi i genitori».
Con un misto di ansia e determinazione, Giulia continua a investire parte del suo stipendio nel suo progetto: «Per me è un investimento sul futuro, un’attività in cui credo. Ho imparato ad accettare che, anche se non dovesse andare a buon fine, va bene così: l’importante è provarci».
Tue, 24 Jun 2025 - 16min - 167 - Rituali 13. Francesca Florio: «Ti spiego perché ho fatto la scelta anti-economica di NON monetizzare i miei follower sui social»
Francesca Florio è un’avvocata penalista, ma anche una divulgatrice instancabile: spiega il diritto sui social come Checcaflo per renderlo accessibile. È cresciuta con l’idea che l’indipendenza economica fosse fondamentale — un’eredità trasmessa da sua madre, che aveva visto la nonna pagare per tutta la vita il prezzo della dipendenza da un marito.
A 16 anni, quando sua madre e il patrigno si trasferiscono temporaneamente a Dubai, lei resta a Roma per terminare il liceo classico, con la nonna malata a carico. È lì che impara a fare la spesa, a pagare le bollette, a misurare il valore delle cose. «Quell’esperienza da un lato mi ha insegnato l’importanza di saper amministrare il denaro. Dall’altro ha piantato in me un piccolo seme di ansia: quella sensazione di scarsità che, purtroppo, molte donne si trovano ad affrontare».
Da adulta, sceglie la strada meno comoda: rinuncia alla carriera nei grandi studi e fa pratica in uno studio più piccolo, dove si impara il mestiere all’antica. «Un modello ancora legato alla logica del “garzone di bottega”: tu assorbi tutto, ma è come se dovessi pagare per quel sapere».
Francesca decide di specializzarsi in diritto penale e si trova spesso a difendere donne vittime di violenza economica: «Una mia assistita è stata aggredita perché aveva comprato dei biscotti. Non aveva nemmeno la libertà di fare la spesa da sola». La dinamica è sempre la stessa: «Quando non guadagni il tuo denaro e dipendi economicamente da qualcun altro sei inevitabilmente soggetta a un giudizio continuo, che può diventare una forma di soggiogazione. Se lui ti dice “50 euro per una crema viso? Ma che spreco!”, tu ti senti in colpa. Ma nel momento in cui quei soldi li guadagni tu, se decidi di spenderne anche 200, sono affari tuoi. È una questione di libertà, prima ancora che di soldi».
Francesca oggi ha un grande seguito sui social, che però ha scelto di non monetizzare. «Se decidessi di fare l’influencer a tempo pieno, potrei vivere di sponsorizzazioni e guadagnare molto di più. Una campagna da dieci storie arriva anche a 10 mila euro. Per guadagnare quella cifra con il mio lavoro servono due o tre processi, cioè mesi di udienze, atti, telefonate, ore di studio. Sei mesi di lavoro, realisticamente. Rispetto a dieci storie, è una scelta antieconomica — ma è la mia scelta». Se l'ha fatta è perché ha ben chiaro quanti soldi le servono per vivere una buona vita e sa che non ha bisogno di diventare ricca per essere libera. Ciò per cui non ha alcuna remora a spendere i soldi è la comodità: i taxi, le stanze d’albergo vicino al centro... Ma le scarpe da 1000 euro, no, quelle proprio no. L’acquisto più costoso che ha mai fatto? La toga.
Wed, 18 Jun 2025 - 22min - 166 - Episodio 107. Il denaro non è più la mia unica ancora di salvezza
Marina Mangiat ha 36 anni e cresce con un rispetto quasi religioso per i soldi, che oggi collega al trauma di una truffa finanziaria subita da una bisnonna, che ha lasciato un segno nel subconscio familiare. Fin dal primo lavoro, guadagnare non è solo una necessità pratica per Marina, ma un modo per affermare la propria libertà personale. Uno strumento che le dà il potere di non dover scendere a compromessi, neppure con gli amici. Dopo la prima esperienza lavorativa a Milano, si trasferisce in Svizzera, dove guadagna 48mila euro all’anno. Lì si rende conto che, sebbene il denaro le garantisca sicurezza, autonomia e potere, la sua vita si è trasformata in una prigione di infelicità: «Avevo un lavoro a tempo indeterminato, un buono stipendio e un appartamento tutto mio, eppure sentivo che la mia vita si era bloccata». Così, decide di lasciare la Svizzera e accetta un’offerta da un’azienda tedesca, trasferendosi a Monaco di Baviera. Qui fa carriera, cambia tre lavori e arriva a guadagnare 64mila euro all’anno. Negli ultimi tempi, però, ancora una volta l'insoddisfazione prende il sopravvento. Benché sia pagata bene, non riceve aumenti da 4 anni. Inoltre, ha iniziato a provare interesse per aspetti più spirituali della vita e si sta formando come insegnante di yoga. Ma il suo stipendio è diventato una gabbia fatta di sicurezza e orgoglio da cui fatica a liberarsi. Alla fine, è l’azienda a decidere per lei e Marina viene licenziata. Da quel momento sceglie di mettersi in proprio, alternando progetti di design all’attività di insegnante di yoga. Ha da parte 30.000 euro e può contare su una buona Naspi. Tuttavia, l’idea del denaro come unica fonte di sicurezza non si dissolve da un giorno all’altro: «Ci sono ancora momenti in cui il panico mi assale e penso: e se non riesco a far decollare il lavoro, cosa faccio?». Oggi, mentre il suo rapporto con il denaro si trasforma, Marina si concede una libertà che un tempo sembrava impossibile: lasciare andare un po’ la sicurezza economica per aprirsi al caso e alle opportunità.
Tue, 10 Jun 2025 - 12min - 165 - Episodio 106. Così ho imparato a rimodellare i sogni sul mio budget
Sara De Santis ha 28 anni, è torinese di nascita ma da due anni vive a Castellón de la Plana. Se oggi abita in una città di mare fino a ieri sconosciuta, è perché è riuscita a modellare strada facendo i suoi sogni, per farli rientrare nello spazio delle sue possibilità.
Cresciuta in una famiglia in cui “tutto è di tutti”, per lei il denaro è un concetto astratto: «Alle medie, se avevo un euro lo spendevo tutto in Goleador». Finita la scuola di grafica, Sara inizia a lavorare in un’agenzia torinese, dove la paga bassa e il mobbing la portano al limite della sopportazione. Decide allora di trasferirsi a Londra, con il suo compagno. E qui il lavoro da barista diventa «un allenamento a vivere senza superfluo». Tornata in Italia a causa del Covid, Sara apre la partita IVA e inizia a lavorare come illustratrice. Il sogno è tornare a Londra, la città dove ha vissuto i mesi più belli della sua vita, ma vivendo della sua professione.
Ci riesce, ma nel giro di quattro mesi si accorge che «avere uno stipendio italiano e vivere a Londra è una delle cose più infattibili del mondo». Londra, poi, non è più la città che lasciato tre anni prima. O forse è lei che è cambiata. «È stato difficile accogliere una Sara che aveva bisogno di calma, di bel tempo, di relax, di spiaggia».
È così che Sara e il suo ragazzo dirottano verso la Spagna. La meta dei sogni è Valencia, ma è troppo cara. E allora, ancora una volta, modella il sogno per poterlo realizzare, e sceglie una città di mare a un'ora da Valencia che costa la metà.
«C'è una frase che dice Luca Gotto che amo, che dice sii fiume non essere roccia. Mi recrimino tante cose, mi sento sempre sbagliata, però una cosa mi sento proprio di averla fatta giusta che sono sempre stata fiume».
Tue, 03 Jun 2025 - 14min - 164 - Episodio 105. Gestisco con cura le mie finanze, per potermi liberare dal pensiero dei soldi
Roberta Cavaglià ha 27 anni, fa la giornalista e lavora come consulente di comunicazione freelance. Oggi vive a Barcellona, ma le sue radici affondano a Torino, dove la storia della sua famiglia è intrecciata alla storia industriale della città — e, in particolare, alla Fiat. È lì che nasce la sua prima idea di denaro: «I miei nonni con il loro stipendio da operai sono riusciti a fare cose oggi impensabili. Uno ha cresciuto tre figlie con una moglie che non lavorava. L’altro è andato in pensione presto e si è comprato due case».
Risultati possibili in un’epoca in cui il rapporto tra salario e costo della vita era molto diverso da quello attuale. Ma anche grazie a una mentalità, quasi una filosofia familiare, basata sul risparmio. Un’eredità culturale che Roberta conosce bene.
Finite le superiori, Roberta lascia Torino e si trasferisce a Forlì per studiare Mediazione interculturale. Dopo la laurea triennale, ha già le idee chiare su quale magistrale frequentare. Ma il destino le lancia un segnale: dimentica di inviare la domanda di ammissione. Così, mentre aspetta l’anno successivo per riprovare il test, quel tempo sospeso si trasforma in uno spazio nuovo, fertile: «È lì che ho scoperto il mondo della comunicazione, del giornalismo».
Spinta da questa curiosità, scrive il suo primo pitch per un articolo e lo invia a una rivista. Intanto, insieme a un gruppo di amiche, apre una pagina Instagram dedicata alla divulgazione femminista. Quella pagina diventa un laboratorio: scrittura, social media, grafica. E poco a poco, arrivano anche i primi clienti.
Nel frattempo, Roberta riesce a entrare nella facoltà che sognava ma mentre prosegue gli studi, il suo percorso lavorativo prende sempre più chiaramente un’altra direzione. Il giornalismo e la comunicazione le sembrano ormai lo spazio più naturale in cui muoversi, così decide di aprire la partita Iva e di iniziare a lavorare da freelance.
La sua piena indipendenza economica arriva un anno fa, quando si trasferisce a Barcellona. È lì che, in questo nuovo assetto — autonoma, all’estero, con la partita Iva — comincia anche a gestire in modo rigoroso le proprie finanze. Tiene traccia di ogni spesa, ogni entrata, si fa i conti delle tasse in anticipo, si impone un budget mensile. Nel futuro, ha in mente due traguardi ben precisi: comprare una casa e liberarsi finalmente dal pensiero dei soldi. Perché quando ci si sente finanziariamente al sicuro, allora ci si può anche prendere il lusso di dimenticarsi del denaro.
Tue, 27 May 2025 - 15min - 163 - Episodio 104. Più guadagnavo, più mi sentivo infelice
Marco Fogliata ha 33 anni e viene da Pumenengo, un piccolo centro di circa duemila abitanti in provincia di Bergamo. Da tre anni ha scelto di vivere su quattro ruote, trasformando un van nella sua casa e la sua passione per la fotografia in una professione che può fare in maniera itinerante.
Mamma insegnante e papà commerciante, la sua è una famiglia economicamente solida. I soldi, nella narrazione familiare, sono la chiave che apre ogni possibilità di essere felici: «Il concetto di vita era questo: fai i soldi, e con i soldi potrai avere tutto quello che desideri — un buon lavoro, una famiglia, una casa. Ma, spoiler: io tutta questa felicità in casa non l’ho mai vista, nonostante ci fossero le disponibilità economiche».
Negli anni dell’adolescenza, Marco cambia spesso direzione. Si iscrive a ragioneria, poi prova con l’istituto per geometri. Percorsi iniziati ma mai conclusi. Lui vuole solo una cosa: indipendenza, e la vuole presto. Così, a 18 anni inizia a lavorare e non smette più. Prima come cameriere, poi in fabbrica, dove firma un contratto a tempo indeterminato e la promessa di una vita stabile. È in quel periodo che, insieme alla sua compagna, fa il grande passo e acquista casa.
Ma è proprio mentre tutto sembra andare secondo i piani che Marco inizia a sentirsi stretto in quella vita. «Ero grato di avere una casa mia, una macchina, ma allo stesso tempo facevo un tipo di lavoro in cui, man mano che aumentava la retribuzione, cresceva anche lo sconforto. Col passare degli anni ho iniziato a chiedermi: “Ma io sono felice facendo questa cosa per 8-10 ore al giorno?”».
Nel frattempo, quasi per caso, durante un viaggio alle Hawaii, Marco scopre la fotografia e ci si appassiona subito. Riesce a costruirsi un buon giro di clienti e inizia a maturare un’idea che fino a poco prima sembrava impensabile: lasciare il posto fisso per dedicarsi completamente alla fotografia freelance.
Ma non è solo una questione di lavoro: il desiderio di allontanarsi dalla realtà del piccolo paese si fa sempre più forte. Così, insieme alla compagna acquista un van e pianifica di trasferirsi in Spagna. Ma siamo nel 2020, e la pandemia stravolge ogni piano. Il progetto si blocca ancora prima di cominciare. E anche la loro relazione arriva a un bivio: decidono di separarsi e insieme scelgono che sarà lei a tenere la casa.
Da allora, Marco vive nel suo van, sempre in movimento. Lavora come fotografo freelance e costruisce la sua quotidianità in sintonia con la natura. Nel suo stile di vita oggi non ci sono rinunce. Ma un semplice adattarsi ai bisogni attuali. «Ho imparato ad avere un tenore di vita basso. Al momento non ho famiglia e non sento vincoli. Quando ci sarà, ci saranno sicuramente spese in più da sostenere, e io mi muoverò in base a queste».
Tue, 20 May 2025 - 14min - 162 - Rituali 12. Francesca Crescentini: «I miei hanno investito tanto su di me. E volevano il successo in cambio»
Cresciuta in una casa dove il denaro era invisibile ma sempre presente, simbolo d’amore e di pressione, Francesca Crescentini – oggi nota online come Tegamini – racconta un’infanzia segnata da una dinamica affettiva precisa: «C’era una grande attitudine, soprattutto dal lato materno, ad associare molto il quanto investo in te al quanto ti voglio bene». E la pressione non mancava: «Sicuramente su di me sono stati fatti degli investimenti ingenti, ma il ritorno doveva essere molto, molto consistente».
Da lì, il passo verso la sindrome da “grazie per lo stage non pagato” è stato breve: «Io sono una terrificante millennial, ora alla sua terza grande crisi economica. Abbiamo quell'idea che ti devo ringraziare moltissimo se mi dai l’opportunità di fare uno stage non pagato in un’altra città».
Dall’editoria («il settore povero per antonomasia») alla comunicazione digitale, passando per traduzioni serali e letture di manoscritti a 25 euro lordi, Francesca racconta una carriera costruita a strati. Fino alla decisione, dopo la nascita del primo figlio, di mettersi in proprio:
«Ho fatto due conti. Prendendo quello stipendio lì, mi sono resa conto che potevo provare a stare in piedi con le mie gambe. Quindi ho aperto la partita IVA».Oggi è freelance e ha un rapporto con il denaro decisamente più consapevole:
«Ho una gestione molto oculata anche delle minuzie. Mi faccio le mie fatture, mando i miei solleciti. Ho la capacità di decifrare quello che mi succede finanziariamente».Tra piccole vendette simboliche («Adesso mi compro un LEGO caro, grosso, per me») e desideri eretici («Gli aiuti domestici. Mia madre non l’avrebbe mai approvato»), Francesca rivendica la libertà di decidere cosa vale la pena fare coi propri soldi.
Anche se, ammette, «mi piacerebbe capire la mia commercialista, ma quella è un’altra disciplina».Tue, 13 May 2025 - 19min - 161 - Episodio 103. Ogni mese verso 600 euro al mese sul conto di mio marito, che si occupa di crescere nostro figlio
Irene Vercellino ha 35 anni ed è una scienziata che vive in Germania, dove è group leader di un importante istituto di ricerca, e una Junior Professor affiliata all’Università di Dusseldorf. Nata a Biella, la sua famiglia ha sempre considerato l’istruzione come una priorità: «Il denaro per noi è sempre stato un mezzo per coprire da una parte le necessità e dall’altra per investire nell’istruzione».
E infatti, sia lei che i suoi due fratelli intraprendono percorsi accademici, frequentando Università e Master. Irene, in particolare, dopo il Liceo Scientifico, si trasferisce a Torino per studiare Biologia. Dopo uno stage a Siena si trasferisce in Svizzera per un dottorato, dove passa quattro anni. E successivamente, in Austria, per un post-dottorato. A Vienna Irene ci resta per altri quattro anni e mezzo. Al termine di questo periodo le si presenta un bivio: da una parte un grant di un milione di euro che ha vinto allo Human Technopole di Milano per aprire il suo laboratorio in Italia, e dall’altra, una posizione di group leader in Germania. «E visto che la situazione dei fondi per la ricerca in Germania era migliore, ho pensato che a lungo termine sarebbe stato meglio rimanere qui. È stato in quel momento che ho preso la decisione, abbastanza definitiva, di non tornare».
Intanto, durante i mesi sospesi del Covid, Irene incontra in Austria l’uomo che diventerà suo marito, che decide di seguirla in Germania, dove però, non riesce a trovare lavoro. Così, fanno un nuovo progetto di vita: avere un bambino. «Per la maggior parte della mia vita ho pensato che non avrei mai avuto figli, e solo il fatto di avere un compagno che si sarebbe occupato del bambino mi ha permesso di decidere diversamente e considerare l'opzione». E così, Irene continua a lavorare, fermandosi solo per le otto settimane di maternità obbligatorie previste dalla legge tedesca.
In questa insolita dinamica di relazione, la gestione delle spese non è affidata al caso, come spesso avviene quando i ruoli sono invertiti. Irene si occupa di tutti i costi fissi, come affitto, bollette e utenze. E versa ogni mese 600 euro sul conto di suo marito. Per le spese quotidiane ma anche per i suoi bisogni. E conscia del potere economico che il suo ruolo le conferisce all’interno della coppia, Irene coinvolge attivamente il marito in ogni decisione finanziaria, condividendo ogni scelta per mantenere un equilibrio e una piena trasparenza nella gestione del denaro.
Tue, 06 May 2025 - 15min - 160 - Rituali 11. Donata Columbro: «Il mio Excel è come uno specchio: mi dice se sto vivendo la vita che desidero»
Giornalista specializzata nel divulgare la narrazione che ogni numero o statistica nasconde, Donata Columbro applica la sua passione per il dato anche alla gestione finanziaria della sua vita.
È cresciuta a Torino, in una famiglia che le ha trasmesso sia la disciplina nella gestione delle finanze sia la libertà di poter scegliere il percorso che le assomigliasse di più. Fin da ragazza sapeva che scrivere, la sua passione, difficilmente le avrebbe garantito un reddito stabile. Così ha diversificato le sue attività.
Dopo un’esperienza imprenditoriale, Donata sceglie la strada della libera professione, affiancando al giornalismo attività di insegnamento e divulgazione. «Ho una tabella Excel: “Previsioni fatturato Donata”, dove segno le entrate sicure e le proiezioni future, proprio come se fossi un'azienda».
Per lei, i fogli Excel non sono solo strumenti di calcolo, ma di consapevolezza: analizzando i numeri, può verificare la sostenibilità del suo lavoro e riorientare le sue scelte in base ai desideri, come dare più spazio alla scrittura rispetto all’insegnamento. Uno sguardo razionale che però non esclude la parte emotiva: «Si può sempre lavorare di più, ma a che prezzo?».
L’analisi dei dati guida anche le sue decisioni familiari: dalla scelta della casa alle vacanze, ogni spesa viene valutata in base a parametri oggettivi. «Essendo due partite Iva, io e mio marito dobbiamo sempre tenere in considerazione i numeri nella nostra gestione finanziaria. A volte sono io a dirgli: “Guarda che questa cosa ce la possiamo permettere”. Essere un’analista dei dati è un superpotere», dice.
E nel gioco di equilibri tra lavoro e famiglia, emerge anche una verità che Donata racconta senza esitazioni. «Chi guadagna di più tra me e mio marito? Io». Ma aggiunge subito un’osservazione più ampia: «Anche quando le donne guadagnano di più o ricoprono ruoli manageriali, sono spesso quelle che portano il carico mentale maggiore». Le dinamiche quotidiane lo confermano. «Le insegnanti, le tate… scrivono a me, anche se sono lontana. È un fatto culturale: la coppia può anche funzionare, ma è la cultura intorno che deve cambiare per sostenerla davvero».
Tue, 15 Apr 2025 - 11min - 159 - Money Clinic 12. Mettersi in proprio: come si finanzia un'idea imprenditoriale?
Mollare tutto e mettersi in proprio. Alzi la mano chi negli ultimi anni non ci ha pensato almeno una volta. Unioncamere registra che nel 2024 sono nate quasi 323 mila nuove imprese, segno di un forte desiderio di autonomia professionale.
Tuttavia, si tratta di una transizione che porta con sé una serie di sfide: c’è la fattibilità dell’idea da valutare, la sostenibilità economica e finanziaria da calcolare, le spese iniziali e le tasse da mettere in conto. E servono tenacia e ambizione per dare vita a un’impresa che richiede molti sforzi, senza offrire la sicurezza di un’entrata stabile.
Non solo: oltre ai costi di gestione di una nuova attività, è fondamentale valutare anche ciò a cui si rinuncia lasciando il posto fisso. Ferie pagate, tredicesima, trattamento di fine rapporto (TFR) e copertura per malattia sono tutti benefici che garantiscono una certa stabilità economica e che, nel lavoro autonomo, devono essere compensati con una pianificazione attenta.
Francesca, arrivata all’età di 42 anni, ha deciso di lasciar uscire il sogno dal suo cassetto. E adesso si trova davanti a una serie di domande a cui dare risposta. E ad aiutarla, in questa puntata, c'è Rosa Cataldo, consulente di Alleanza Assicurazioni.
Fri, 11 Apr 2025 - 10min - 158 - Money Clinic 11. Come si costruisce un piano di risparmio che non finiremo per odiare
Risparmiare sì, ma senza rinunce impossibili né sensi di colpa.
Marilisa ha sempre avuto un rapporto rigido con il denaro: cresciuta con l’idea che ogni spesa dovesse essere strettamente necessaria, per anni ha vissuto con il minimo indispensabile, anche quando il suo stipendio le avrebbe permesso di concedersi qualcosa in più. Fino a quando non ha capito che quel controllo assoluto stava minando proprio l’obiettivo che si era prefissata: la serenità finanziaria.In questa puntata, vediamo come ha trasformato il suo approccio al risparmio, rendendolo più sostenibile ed equilibrato, grazie a strumenti semplici come il kakebo, file Excel condivisi col marito e un nuovo modo di vedere il budget: non come una gabbia, ma come una bussola.
Con l’aiuto di Margherita Cecchi, consulente di Alleanza Assicurazioni, scopriamo i passaggi fondamentali per costruire un piano di risparmio efficace e – soprattutto – vivibile, che non ci faccia sentire in punizione ogni volta che prendiamo un caffè al bar.
Fri, 04 Apr 2025 - 11min - 157 - Episodio 102. Così sono guarita dall'adulazione finanziaria
L’adulazione finanziaria è un meccanismo psicologico che porta a mettere le esigenze economiche degli altri prima delle proprie. Non si tratta semplicemente di generosità, ma di una tendenza a prendere decisioni finanziarie a favore degli altri, spesso a discapito del proprio benessere.
Francesca Franceschi, 37 anni, è una giornalista di Pisa. Fin da piccola, impara che «le cose si conquistano con sacrificio e che niente è dovuto». Questa esasperazione del sacrificio scatena in lei una reazione particolare quando riceve i suoi primi soldi. «Appena mi arrivavano mance dai parenti, il mio primo pensiero era: “Poverino, se ne sta privando per darli a me, io avrei potuto farne a meno”».
A scuola, Francesca sviluppa una passione per la scrittura e sogna di diventare giornalista. Dopo la laurea in Giurisprudenza e un Master in Giornalismo radio-televisivo, torna in Toscana e lavora per cinque anni come redattrice con contratto a termine per La Nazione. «Mi spostavo tra La Spezia, Massa, Lucca e Viareggio, ovunque ci fosse bisogno di una sostituzione. Quello è stato il periodo in cui ho davvero imparato il mestiere».
Francesca impara, ma paga il suo sogno a un prezzo molto alto dal punto di vista personale ed economico. «Entravo alle 10 e uscivo alle 22:30, lavorando dal martedì alla domenica per uno stipendio di 1.450 euro al mese. Quando hai 27 anni, ti rendi conto che ti stai perdendo molte cose». A salvarla, paradossalmente, è il declino della carta stampata. Il giornale in cui lavora dichiara 11 esuberi.
Francesca esce e apre la Partita Iva
In questa nuova dimensione, fatica a darsi un giusto compenso. «Quando arriva il momento di fare il preventivo è crisi pura. Mi chiedo: "E se chiedo troppo e questa persona poi non mi chiama più? O se sembro presuntuosa e quindi sto peccando di eccessiva vanità?" Quello che è certo è che spesso metto me stessa in secondo piano per far sentire più confortevoli gli altri».
Francesca individua in questo comportamento un copione che ha visto agire in famiglia. «Il modus operandi che mia mamma ha sempre seguito e che ha ereditato da mia nonna è prendersi cura degli altri».
Nel suo percorso di consapevolezza, Francesca sta cercando di disinnescare questi meccanismi, imparando a valorizzare il suo lavoro, e anche ilo tempo che sceglie di non dedicare a esso. Prendendosi cura di sé senza sacrificarsi continuamente per gli altri.
Tue, 01 Apr 2025 - 12min - 156 - Money Clinic 10. Soldi e famiglia, la conversazione che tutti evitano
Soldi e famiglia: un legame potente, ma potenzialmente esplosivo senza la giusta consapevolezza. La relazione con il denaro che ciascuno di noi ha, infatti, è profondamente influenzata dall’esempio dei genitori, dei nonni. Il modo in cui hanno gestito le risorse economiche, il modo in cui ne hanno parlato e come hanno vissuto il benessere o le difficoltà lascia un’impronta duratura, modellando il nostro rapporto con il denaro. Ed è un ciclo che si ripete di generazione in generazione.
Spesso tendiamo a proteggere i nostri figli, tenendoli al riparo da certi argomenti: Ma uno studio del Museo del Risparmio dimostra che i ragazzi sono molto meno ansiosi nei riguardi dei soldi, rispetto ai loro genitori. Il 53% di loro dichiara di non provare ansia quando pensa al denaro. Solo il 22,5% degli adulti può dire lo stesso.
Caterina, oggi, si sente come se stesse affrontando un mare in tempesta senza una bussola, priva di quei riferimenti che le avrebbero permesso di gestire con maggiore sicurezza e serenità le sue scelte di vita. Così, abbiamo cercato di fare un passo indietro per capire quando e come affrontare questo argomento con i propri figli. A spiegarcelo, c'è Federica Ruvioli, consulente di Alleanza Assicurazioni nell’Agenzia di Trieste.
«La condivisione serve a farli familiarizzare con l’argomento e a introdurre il concetto che il denaro ha uno scopo ed è importante usarlo bene. Non è necessario programmare appuntamenti fissi per “parlare di soldi” o fare educazione finanziaria. Così come accade per gli altri aspetti della vita, è il quotidiano a offrire occasioni per introdurre l’argomento».
Fri, 28 Mar 2025 - 11min - 155 - Rituali 10. Paola Maugeri: «Così ho imparato a sentirmi meritevole del denaro che guadagnavo»
«Nella mia storia non è stato tanto guadagnare il denaro, quanto gestirlo. E nessuno ci insegna a farlo». In questo episodio, Paola Maugeri si racconta senza filtri, ripercorrendo il suo rapporto con il denaro come specchio del valore personale, delle scelte quotidiane e della libertà.
Nata a Catania negli anni ’80, Paola cresce con l’idea che il denaro vada nascosto, per evitare di suscitare invidia. Questo la porta ad associare i soldi a un senso di timore e disagio. Così, quando inizia a guadagnare, il suo primo istinto è quello di liberarsene: «Uno dei miei primi incarichi, mentre già lavoravo in televisione, mi fruttò un assegno considerevole. Quando lo vidi, rimasi senza parole. Ricordo di aver pensato: "Ma io mi sono divertita a fare questo lavoro, e mi stanno pagando così tanto?". Presi l’assegno e lo infilai in tasca. Poco dopo, uscendo, vidi una persona che chiedeva l’elemosina. Senza pensarci troppo, tirai fuori l’assegno e glielo offrii. Se il mio agente non mi avesse fermato in tempo lo avrei lasciato andare. Credo che questo senso di non meritare il denaro sia molto femminile».
Il racconto del suo celebre “anno a impatto zero” diventa il cuore pulsante di un manifesto esistenziale: vivere con intenzione. «Abbiamo vissuto un anno senza frigorifero, senza riscaldamento. Tutti dicevano: è una vita di rinunce. No, è una vita di scelte. In quell'anno ho capito quante cose accumuliamo nelle nostre case senza realmente averne bisogno e con quante riempiamo il nostro cuore senza che ci portino un autentico valore».
Il trasferimento in Svezia segna per Paola l’inizio di un nuovo rapporto con il denaro, basato sulla consapevolezza e la trasparenza. «Quando mio figlio ha compiuto 18 anni, ha ricevuto un libretto che gli spiegava come affrontare la vita adulta, dalle questioni pratiche, come pagare le tasse, fino alla gestione del denaro». Ma ciò che più la colpisce è la fiducia su cui si fonda la società svedese. Il sistema fiscale, ad esempio, permette ai cittadini di depositare denaro presso l’agenzia delle entrate, ottenendo interessi vantaggiosi e rimborsi tempestivi. Un modello opposto a quello italiano, che Paola trova vessatorio, soprattutto per chi lavora come libero professionista. «In Svezia, tutto è open source, persino i redditi del re. Questo approccio mi ha aiutata a gestire meglio il mio denaro».
Tue, 25 Mar 2025 - 16min - 154 - Money Clinic 09. Quanto frutta il fondo pensione?
Giorgia cresce in una famiglia in cui l’indipendenza economica è un valore trasmesso fin da piccola, soprattutto grazie all’esempio della madre. A 18 anni inizia a lavorare in bar e ristoranti per non dover più chiedere soldi ai genitori, imparando presto a risparmiare parte del suo stipendio. Oggi, con 22 anni e una vita universitaria a Milano, mette da parte ogni mese una somma per la macchina nuova, le vacanze, la festa di laurea… e 50 euro finiscono in un fondo pensione aperto con l’aiuto del padre. Ma ha tanti dubbi: sarà utile davvero? Quanto potrà ricevere e quando?
Risponde Silvia Bardotti, consulente di Alleanza Assicurazioni di Modena Centro: «Il fondo pensione è uno strumento accessibile a tutti e più si inizia presto, maggiori saranno i benefici, grazie all’interesse composto. Inoltre, garantisce importanti vantaggi fiscali e una gestione flessibile in caso di necessità».
Fri, 21 Mar 2025 - 10min - 153 - Episodio 101. Quello stigma sulle persone che si indebitano
Adele abita in provincia di Bologna, ha 57 anni, e si occupa di formazione e coaching per le aziende. Della sua infanzia, ricorda la ricchezza. Sua madre era casalinga mentre il padre aveva un’impresa di metalmeccanica in società con suo zio, i cui fatturati regalano ad Adele un’infanzia dorata. Quando Adele ha 9 anni, però, mentre l’azienda è all’apice del successo il padre decide di vendere le sue quote, e sprofonda in uno stato di depressione.
I proventi della vendita delle quote dell’azienda, intanto, circa 100 milioni, suo padre e sua madre se li dividono a metà. La madre, decide di conservarli e di provare a farli fruttare. Il padre, invece, continua a investire denaro nelle sue idee, ma senza successo. Nessuno di questi progetti decolla, lasciando la famiglia senza reali possibilità di rilancio.
Per evadere da quella situazione sempre più opprimente, al momento dell’università Adele, pur rimanendo a studiare in città, lascia la casa in cui è cresciuta. Si mantiene da sola, facendo contemporaneamente la babysitter, la cameriera e l’insegnante di pallavolo. Impiega dieci anni a terminare l’università. Alla vigilia della laurea, diventa direttrice di un’associazione di categoria di imprenditori e fa il mutuo per una casa. Cinque anni dopo, decide di lasciare il posto fisso per mettersi in proprio.
Adele apre così la partita Iva e i primi due anni raccoglie fatturati pazzeschi. Ma è proprio questo che genera le prime difficoltà. «Se, dopo il primo o il secondo anno, il tuo fatturato supera il limite di un'agevolazione prevista per l'avvio di un'attività da libero professionista, perdi quell'agevolazione. E io l'ho persa subito. Quindi, fin dall'inizio, mi sono trovata ad affrontare alcune difficoltà».
Adele inizia così ad accumulare cartelle esattoriali. Complice una scarsa alfabetizzazione finanziaria e una fiducia quasi cieca nella sua commercialista, non riesce a intervenire subito per contenere il problema. Quando finalmente viene approvata la legge anti suicidi, Adele, il cui debito supera i 100mila euro, intraprende il percorso per impostare la procedura. Che si rivela particolarmente doloroso a causa dello stigma che marchia coloro che si sono indebitati. «È stata un'esperienza devastante. L'atteggiamento delle avvocate che mi hanno seguito, soprattutto di una delle due, era udel tipo "è capitato a te, a noi non poteva capitare". Mentre io avevo una visione più ampia delle concause che mi avevano portato in questa situazione difficile, per loro la causa era che io non sono stata in grado, che io non sono stata capace».
Nonostante tutta questa fatica psicologica, Adele riesce ad accedere alla liquidazione controllata. E finalmente incontra qualcuno in grado di non farla sentire sbagliata. «Sono molto fortunata, ho trovato un ottimo liquidatore, una persona finalmente capace, competente, comprensiva, con la quale ho un dialogo aperto, che si pone come se potesse capitare anche a lui. E questo è davvero fondamentale».
Tue, 18 Mar 2025 - 15min - 152 - Money Clinic 08. Come investire per il futuro dei miei figli
Elisa cresce in una famiglia che sa gestire i soldi, e fa investimenti grazie alle scelte oculate di sua madre. Quando cresce si accorge, però, che con il suo stipendio riesce a malapena ad affrontare le spese. E anche quando si sposa, i risparmi non sono mai tanti. Eppure vorrebbe investire per i suoi figli.
Come fare?
Risponde Irene Florida, consulente di Alleanza Assicurazioni di Modica: «Il tempo è un ottimo alleato degli investimenti. Le somme che versiamo crescono negli anni in maniera esponenziale. Iniziare a mettere da parte per i nostri figli quando sono molto piccoli, li farà ritrovare con un gruzzoletto interessante da grandi».
Fri, 14 Mar 2025 - 12min - 151 - Episodio 100. Come si cambia la propria relazione con i soldi
Questa non è una puntata come le altre. È la nostra puntata numero 100 e abbiamo pensato che forse valeva la pena fare una pausa. E provare a raccontare cosa abbiamo scoperto in questi tre anni di conversazioni intime sui soldi. Chi ci segue lo sa. Rame non racconta storie modello né prova a lasciar trasparire una qualsivoglia morale dai suoi racconti. Però c’è un filo rosso che lega molte delle puntate del nostro podcast. E cioè la trasformazione. Quasi sempre c’è un prima e un dopo nella relazione con i soldi e quello che vogliamo provare a raccontare oggi è la leva che fa scattare il cambiamento, l’interruttore che a un certo punto accende un faro nuovo sui soldi, investendoli di un senso diverso. Questa puntata, dunque, è un puzzle di interruttori accesi, un repertorio di illuminazioni, da cui lasciarsi ispirare se si è in cerca di cambiamento.
Per Valentina, quel cambiamento è arrivato naturalmente, assieme alla maternità: «La maternità è stata un detonatore per darmi spazio. Paradossalmente, quanto più diminuiva il tempo, tanto più aumentava il valore che io davo a me stessa». Per Morgana, c'è voluta la psicoterapia: «Il primo passaggio è stato ricostruire questa autostima assegnando un valore economico al mio tempo, alla mia competenza e alle mie capacità». Per Rachele, che fin da piccola sognava di fare la make up artist dei vip, la svolta arriva quando inizia a lavorare la terra: «Ho raccolto mele per quattro mesi ed è stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita perché io adesso so di poter fare qualsiasi cosa». Per Clara, che si era sempre detta che non contava quanto la pagassero, ma solo l’impatto del suo lavoro, il cambiamento arriva quando per sette mesi non riceve lo stipendio dalla Ong per cui lavora. Per Antonello, che comprava tantissimi vestiti, la svolta nella relazione con i soldi avviene quando si innamora della sua attuale moglie, che aveva uno stile di vita minimalista. Per Michele, che con due stipendi in casa non tracciava mai le spese, tutto cambia quando perde il lavoro: «E facendolo, addirittura ci siamo permessi dei lussi che prima non credevamo di poterci permettere, ma che una volta che hai i numeri sotto mano ti rendi conto che hai la capacità per farlo».
Come sempre, neanche oggi parliamo di grandi rivoluzioni o di indomiti atti di coraggio. Ma di piccoli gesti dall’immenso potere trasformativo. Da tre anni raccontiamo le vite degli altri attraverso il filtro del loro conto in banca. Perché parlare di soldi non è solo una questione personale, ma qualcosa che incide sul tessuto sociale e, in ultima analisi, sul mondo che ci circonda. Rame nasce proprio per questo: per aprire una conversazione necessaria che per troppo tempo è stata tabù.
Wed, 12 Mar 2025 - 15min - 150 - Money Clinic 07. Come gestire le finanze da freelance?
Al rientro dalla maternità, Sara ha chiesto all’azienda di passare al part-time. Si è ritrovata a percepire uno stipendio più basso, ma a dare molto più valore al suo tempo. Se si mettesse in proprio forse guadagnerebbe di più, ma come gestire le finanze se sceglie di fare il salto?
A risponderle è Barbara Bellomo, consulente di Alleanza Assicurazioni Casale Monferrato. Che tra le altre cose, le da 3 consigli.
Accantonare subito una parte dei pagamenti dei clienti Quanto? Ci aiutano i commercialisti o i software di fatturazione, ma in generale, considera il 50%
Spostare fisicamente le somme su un altro conto corrente o salvadanaio virtuale.
Disegnare un calendario esatto dei pagamenti. Ci aiuterà a capire se è il caso di dilazionare un pagamento, rimandare un investimento o accedere al fondo di emergenza.
Fri, 07 Mar 2025 - 10min - 149 - Episodio 99. Sonia Aggio: «La sicurezza economica ha acceso il motore della mia creatività di scrittrice»
Sonia Aggio ha 29 anni, lavora come bibliotecaria. E quel posto fisso, con uno stipendio basso ma inesorabile, è la condizione che permette alla sua creatività di librarsi. Sonia infatti è una scrittrice di romanzi storici: i due libri che ha pubblicato finora hanno collezionato segnalazioni dalle giurie di premi importanti come il Calvino e il Campiello Giovani. E questa è la storia di come ha costruito la sicurezza finanziaria dentro cui agisce la sua libertà.
Nata a Frassinelle Polesine, un paese rurale di 1300 persone in provincia di Rovigo, Sonia assorbe dalla sua famiglia l’insegnamento di finanza personale che sarà destinato a guidare la sua relazione con il denaro: «Risparmiare per avere una sicurezza quando arriva l’imprevisto». Ed è quello che lei fa fin da piccola, con le mance che riceve ai compleanni e alle feste. E che conserva meticolosamente nei cassetti fino a quando non apre il suo primo conto corrente durante gli anni di Ragioneria. Erano 3.000 euro.
Da adolescente, patisce la scarsa offerta di esperienze della provincia, ma grazie a Internet scopre i forum legati ai suoi libri preferiti e coltiva relazioni con persone di tutta Italia che hanno i suoi stessi interessi.
Dopo il liceo, Sonia decide di iscriversi alla Facoltà di Storia, mossa dall’amore per quella materia. E dopo la Triennale, sceglie di specializzarsi in Storia Bizantina, a Venezia. Finita l’Università, decide di fare il servizio Civile, durante il quale lavora in biblioteca a Treviso. Quell’esperienza fa sì che lei venga assunta da una cooperativa di Rovigo che gestisce alcune biblioteche proprio tra i paesi in cui è nata. Ed è così che, da tre anni e mezzo, Sonia fa la bibliotecaria per 1300 euro al mese. E i suoi risparmi li investe. Ha cominciato quando erano 16mila euro, adesso sono 35mila.
La sicurezza economica ha acceso il motore della sua creatività: «Proprio perché conosco me stessa, immagino che se la scrittura fosse una fonte di guadagno diretto, sarebbe un grande stress. Scriverei ogni parola con l’occhio fisso al rendiconto… anzi, probabilmente non scriverei più una parola».
In questo contesto, pur restando legata al posto fisso come garanzia di sicurezza, Sonia sta pian piano decostruendo l’idea che la stabilità economica venga prima di qualsiasi aspirazione personale: «Sto cercando di entrare in una forma ibrida, tra il freelance che può lavorare dove vuole, quando vuole, e il lavoro fisso e sicuro, che comunque continua ad avere il suo fascino».
Tue, 04 Mar 2025 - 14min - 148 - Episodio 98. A 28 anni, con 1.700 euro di stipendio, mi preparo alla libertà finanziaria
Francesco Scinetti vive a Milano, dove lavora come ricercatore all’Università Cattolica. Cresciuto a Dubino, un paese di 3.000 abitanti in provincia di Sondrio, a 13 anni va a studiare in una cittadina più grande, Morbegno, dove trova un unico modo per socializzare: acquistare capi e accessori di tendenza, che gli promettevano riconoscimento sociale. «Iniziai a fare pressione sui miei genitori, chiedendo una paghetta. Ogni centesimo che riuscivo a mettere da parte lo spendevo in vestiti. Era il mio unico modo di emergere».
Una volta cresciuto, Francesco decide di abbandonare la Valtellina e di iscriversi alla Facoltà di Economia a Bologna, dove scopre un modo nuovo di spendere i soldi: «A Bologna, smetto completamente di comprare cose materiali, e inizio a spendere solo per fare cose e incontrare persone». Ma questa non è l’unica scoperta che fa. Nonostante avesse scelto Economia senza una visione precisa di cosa avrebbe studiato, si trova immerso in un mondo che lo entusiasma, stimolando in lui una curiosità crescente e una passione che non aveva mai immaginato. Così, finita la Triennale, decide di fare anche la Magistrale e si sposta in Bocconi, a Milano. Sono gli anni del Covid, e lui approfitta dell'isolamento per approfondire un tema che nei suoi studi universitari non viene mai trattato: la finanza personale. Inizia così a investire i suoi primi soldi guadagnati negli stage e a imparare dai suoi errori. Una volta laureato, inizia subito a lavorare come ricercatore presso l’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani, dove guadagna 1.700 euro al mese.
Con i primi risparmi che riesce a mettere da parte, decide di fare un Master sulla Finanza personale in Svizzera. «L'ho fatto perché volevo acquisire delle conoscenze per non dover dipendere da un consulente finanziario. In realtà, scopro che mi piace davvero». E infatti, tempo un mese dalla fine del Master, Francesco si iscrive all’esame per entrare all’albo dei consulenti finanziari indipendenti. E inizia a pratica l’attività come secondo lavoro. «A dicembre ho fatturato 5.300 euro, a gennaio 200. Quindi, è tutto molto variabile. Ma sto iniziando a farmi strada».
Nonostante ciò, forte della sua entrata fissa, Francesco non ha dubbi: vuole diventare libero economicamente a 45 anni. E per farlo, ha già la sua strategia. «Mettendo da parte 500 euro al mese con costanza per 20 anni, si arriva a un capitale di circa 400.000 euro. E ciò, non significa semplicemente avere una somma da spendere, ma possedere un patrimonio investito in un portafoglio diversificato tra azioni e obbligazioni, che mediamente può rendere il 7% annuo. Questo si traduce in circa 28.000 euro l’anno solo di rendimenti e dividendi. Ovviamente, tra vent’anni il costo della vita sarà più alto, ma resta comunque una base solida per costruire la propria libertà finanziaria».
Tue, 25 Feb 2025 - 13min - 147 - Episodio 97. Trasformare la mia passione in lavoro mi ha spinto nella trappola della precarietà
Carmela Massaro ha 38 anni ed è nata in un paese in provincia di Taranto. «Il tema dei soldi ha sempre fatto parte della mia vita: i miei genitori si sono trasferiti a Reggio Emilia in cerca di un lavoro stabile, per mantenersi senza dover chiedere aiuto ai loro familiari». A Reggio Emilia, Carmela vive un’infanzia di rinunce: «Quando dovevamo partecipare a una festa o a un compleanno, molte volte dovevamo rinunciare, perché non c’erano soldi né per la serata, se si teneva in un locale, né per comprare il regalo». Alle medie, gli insegnanti le consigliano di andare in un Istituto professionale, ma Carmela sceglie di iscriversi al liceo, convinta che lo studio avrebbe rappresentato il suo riscatto. Dopo la maturità si iscrive a Scienze Motorie, una facoltà che le avrebbe garantito di lavorare già durante gli studi e di coltivare la sua passione per lo sport.
Ma quando entra nel mondo del lavoro, l'aspetta una doccia fredda: lavorare con lo sport è poco remunerativo. «Nonostante avessi una laurea e una specialistica con il massimo dei voti, trovare un lavoro soddisfacente e ben retribuito nel mondo dello sport è stato sempre molto complicato. In palestra ci lavorano tutti, chi per hobby e chi per professione, e questi ultimi devono accettare condizioni che non sono giuste».
A peggiorare le cose, quando la figlia ha tre anni si separa dal compagno: «Mi sentivo come una pallina impazzita, dovevo trovare una nuova casa, cercare di guadagnare abbastanza per pagarmi l'affitto, e, visto che ero sola, avevo tutte le spese da gestire». Dopo un periodo di grandi incertezze e grazie all’aiuto di alcuni amici, Carmela si risolleva. Lavora in palestra e come insegnante di sostegno a scuola. Ha un’ottima gestione delle sue finanze, tiene i conti alla perfezione e non sperpera nulla. Però non è felice. È dentro un meccanismo di sopravvivenza che non è quello per cui ha studiato e fatto così tanti sacrifici.
Nel frattempo, si lega a nuovo compagno. Lui è un artigiano che ha una piccola azienda che opera nel settore alberghiero. Nei buchi tra figlia, scuola e palestra, Carmela lo accompagna nei suoi giri col furgone, a riparare strumenti dei vari clienti. Scopre così un mondo del lavoro che la affascina, in cui si può guadagnare, in un giorno, ciò che lei faticosamente guadagna in un mese. Quando nell’azienda del suo compagno si apre una posizione da contabile, capisce che è arrivato il momento per lei di fare ciò che ha rimandato a lungo. Cambiare completamente ambito lavorativo.
E così, Carmela, una ragazza dinamica, che vive bene all’aria aperta, scova la felicità chiusa in un ufficio. E i soldi, che sono sempre stati uno spauracchio nella sua vita, diventano il suo mestiere. «È stato il primo lavoro che mi ha dato un contratto a tempo indeterminato, quella sicurezza di non dover più correre come una pallina impazzita, riprogrammando la mia vita ogni tre mesi». Carmela si appassiona così tanto alla contabilità che intraprende un nuovo percorso di studi in economia aziendale e management. Un percorso che un giorno, forse, le permetterà di tornare a occuparsi di sport, ma traendone una soddisfazione maggiore.
«In futuro, non nascondo che mi piacerebbe moltissimo poter unire queste due anime. Vorrei essere io quella manager, quella responsabile di un team all'interno di un bel movimento sportivo».
Tue, 18 Feb 2025 - 18min - 146 - Episodio 96. Ho ereditato i soldi, ma ho respinto l'idea che non andassero goduti
Elena Valzania ha 57 anni, vive a Ravenna dove è nata, ed è una naturopata. Cresce in una famiglia che non ha problemi economici, ma è poco avvezza a godere della ricchezza. «Sia io che mia sorella abbiamo beneficiato di una situazione in cui i nostri familiari conducevano vite semplici, risparmiavano e investivano. Infatti, la casa in cui abito l'ho ereditata da loro».
A un certo punto, la malattia entra nella storia familiare e si intreccia alle questioni economiche. La nonna "imprenditrice" muore a 56 anni e il papà di Elena si ammala gravemente, per poi morire quando Elena ha 20 anni. «A volte si pensa che l’eredità sia solo una fortuna, ma in realtà va gestita sotto molti aspetti, anche da un punto di vista emotivo». Assieme ai soldi, infatti, Elena eredita anche il modo in cui i soldi sono considerati nella sua famiglia. «La pesantezza della gestione, l'equazione lavoro = fatica..., ma all'epoca non riuscivamo a vederlo. È stato più chiaro solo dopo».
Elena fin da piccola si interroga sulle malattie che sembrano accanirsi sulla sua famiglia, sul perché colpiscono alcuni e non altri. Così da grande studia Farmacia, e una volta laureata, si appassiona al mondo dell'omeopatia. Quando inizia a lavorare, le sembra facilissimo rispetto allo studio. Ma il fatto di non provare quella fatica di cui sentiva parlare in famiglia, le fa dubitare del valore da attribuire al suo lavoro. E infatti, quando viene assunta in una cooperativa di Bologna, non negozia lo stipendio.
A un certo punto, mentre è alla sua prima maternità, l’azienda viene acquisita da una più grande e si avvia il processo di fusione. Al suo rientro, Elena capisce di essere finita dentro un gioco finalizzato a spingerla alle dimissioni. Nel frattempo, scopre di essere incinta della sua seconda bambina, così decide di non avviare una battaglia legale ma di patteggiare. Chiude la sua carriera aziendale con un licenziamento e un po’ di soldi da parte dell’azienda.
Elena non rientrerà più nel mondo ufficiale del lavoro: «Ho continuato a fare molta formazione per me e ho trasformato in vari modi queste conoscenze». I soldi necessari ad andare avanti, però, in un modo o nell’altro, entrano. Ed Elena procede nella sua vita, con una leggerezza sconosciuta ai suoi familiari. Che le è concessa, però, anche grazie all’eredità materiale ricevuta da loro: «Io e mio marito abbiamo sempre avuto questa mentalità di investire su di noi: se avevamo mille euro in più, ci facevamo un viaggio. Diciamo che finora è andata bene, però siamo consapevoli che è importante avere un po' più di progettualità. Forse adesso diventeremo più saggi… ci stiamo dando una regola».
Tue, 11 Feb 2025 - 18min - 145 - Episodio 95. Ero l'avvocatessa dei farabutti, oggi difendo le vittime di violenza in gratuito patrocinio
l gratuito patrocinio è un istituto previsto dalla legge italiana che, dal 2001, consente alle persone con un reddito basso di essere assistite da un avvocato senza dover pagare le sue parcelle, poiché queste sono a carico dello Stato. Dal 2011, questa legge è stata estesa a tutte le donne vittime di violenza, senza alcuna distinzione di reddito. Dietro questa legge, però, ci sono avvocati e avvocatesse che, non solo rinunciano a stipendi stellari, ma a volte aspettano anni per essere pagati dallo stato. Alessia Sorgato è una di loro.
Ha 57 anni e abita a Milano. Figlia di un notaio e di una casalinga, viene spinta verso gli studi in Legge, che odia, fino all'incontro col diritto penale. È amore a prima vista e, non appena laureata, inizia subito a lavorare in uno studio molto importante, dove fa una gavetta incredibile. Per dieci anni, si occupa di maxi processi: omicidi, Mani Pulite... A 30 anni è capo del dipartimento e ha una solida esperienza come difensora dei criminali.Quando cambia studio di avvocati, le cose non vanno come sperato. Conscia delle sue possibilità economiche e di uno stipendio fisso, aveva appena acquistato la sua prima casa, quando, dopo un anno, viene licenziata. Indebitata fino al collo e con la pressione di un mutuo da pagare, Alessia prende in affitto un soppalco sopra uno studio di architettura e inizia a esercitare la libera professione. Qui comincia il secondo tempo della sua vita. Per fare cassa inizia a scrivere per alcune riviste del Sole 24Ore: pian piano gli articoli si trasformano in libri. E un giorno, durante la presentazione di un suo libro sullo stalking, la psicologa fondatrice di “Soccorso Rosa”, un centro antiviolenza intraospedaliero di Milano, le chiede di collaborare con lei. Alessia accetta e per la prima volta, si ritrova a difendere le vittime. In dieci anni, assistono più di 400 donne. Alessia si prende l’impegno di informare le donne del loro diritto a essere difese in gratuito patrocinio. «Non tutte le mie colleghe fanno lo stesso. Recentemente, mi hanno raccontato di avvocate che difendono le vittime, ma sconsigliano loro di chiedere il gratuito patrocinio, dicendo che il giudice potrebbe vederle di cattivo occhio.».
Eppure, nonostante la grande dedizione e impegno verso la causa, i tempi per ricevere il pagamento dallo Stato sono lunghissimi, con l'attesa che può protrarsi per anni prima che venga riconosciuta una retribuzione per ogni singolo processo. Ma che cosa spinge Alessia ad andare avanti nonostante tutto?
«La soddisfazione più grande che ho è che molte donne le salviamo fisicamente, anche se non lo faccio da sola, perché il percorso di presa in carico di una vittima di violenza coinvolge sempre almeno tre o quattro persone: la penalista, la civilista che la fa separare, la psicologa e le volontarie. In alcuni casi, le ho letteralmente afferrate per i capelli e le abbiamo fatte uscire da situazioni pericolosissime, con uomini che le tenevano con le mani al collo. Questo tipo di risultati mi ripaga enormemente».
Tue, 04 Feb 2025 - 22min - 144 - Rituali 09. Flavia Carlini: «Spendo 800 euro al mese per la mia endometriosi. È quasi uno stipendio»
Flavia Carlini è un’autrice e divulgatrice italiana, seguitissima sui social. Per anni, ha condotto l’estenuante ricerca di una diagnosi per i suoi dolori lancinanti, tra consulti medici e terapie inefficaci, arrivando a spendere decine di migliaia di euro senza avere risposte. Ma anche quando è riuscita a ottenere una diagnosi, le difficoltà non si sono affievolite. Il trattamento dell’endometriosi, infatti, rimane interamente a suo carico poiché questa malattia, che colpisce una donna su sette, non è ufficialmente riconosciuta dal sistema sanitario nazionale. «Io spendo mediamente 800 euro al mese per trattare tutte le mie malattie. È quasi uno stipendio. Io ho i miei genitori che mi aiutano a pagare tutto e questo è un privilegio gigantesco perché se loro non avessero avuto la possibilità di pagarmi le medicine o quello che il mio stipendio non mi dava, io sarei finita in mezzo a una strada e questo è un prezzo altissimo che io sto pagando in quanto donna».
A questa battaglia per il diritto alla salute si intreccia un ulteriore peso: il costo economico e psicologico del dover aderire alle aspettative sociali imposte alle donne. Conformarsi agli standard di bellezza e comportamento richiesti dall’ambiente lavorativo non è mai stata per lei una scelta, ma una necessità che si traduceva in spese significative per abbigliamento, trucco e cure estetiche: «Troppo corto, troppo lungo, troppo aderente, troppo vistoso, troppo colorato, troppo scollato, troppo sottile, troppo spesso. Questo, ogni mattina. La mia premura era di vestirmi in modo tale da non essere molestata».
Nonostante il successo sui social e la scelta di vivere di scrittura, Flavia ammette di non aver raggiunto l’indipendenza economica, rinunciando a collaborazioni pubblicitarie per mantenere la sua integrità. «Nella storia della letteratura, la cultura è sempre venuta dai margini. E voi direte: perché se è sempre venuta dai margini non può ancora venire dai margini? Perché oggi c'è il capitalismo, e se non produco, non mangio. E quindi la cultura rimarrà sempre un privilegio di una classe già privilegiata».
Tue, 28 Jan 2025 - 12min - 143 - Episodio 94. Ho riprogrammato i miei pensieri per imparare a dare importanza ai soldi
Clara Tourres ha 33 anni ed è nata e cresciuta in Francia, in una famiglia di origine spagnola. Da sette anni vive a Napoli, dove lavora come giurista in un’azienda. Fin da quando è adolescente, impara che i soldi si guadagnano con il sacrificio, e così, appena 16enne, inizia a lavorare e non smette più: fa la babysitter, l’hostess, la barista. Mette assieme 1000 euro al mese e nel frattempo, studia Legge. Da sacrificio, i soldi iniziano a significare possibilità, e Clara matura un’importante fiducia sulla sua possibilità di guadagnare e stare al mondo.
All’ultimo anno di università, parte per l’Erasmus a Roma. E qui ha una sorta di epifania circa il luogo in cui vivere: dopo la laurea, infatti, le piacerebbe restare in Italia. Tuttavia, le difficoltà italiane nell’inserimento lavorativo, la costringono a ritornare in Francia, a Parigi, dove inizia a lavorare come giornalista. Un volta terminato il contratto a tempo determinato, gliene propongono uno a tempo indeterminato. Ma nel frattempo, una sua amica francese che lavora a Napoli, le offre il suo posto in un’associazione che opera nel terzo settore. Lei accetta senza pensarci troppo. Lì guadagna 715 euro al mese e pensa di non aver bisogno di molto di più: «Ero convinta che non avevo bisogno di soldi perché ero una persona che viveva di esperienze, non di cose fisiche».
Tre anni dopo, però, Clara la pensa molto diversamente. Si è ormai resa conto che in quell’associazione non avrebbe avuto un aumento ed è andata a lavorare in un’altra, più piccola, dove le cose vanno ancora peggio e per sette mesi non riceve stipendio. Ad aiutarla nel navigare questi mesi difficili c’è il gruzzoletto che aveva messo da parte negli anni. Ma c’è anche un percorso di yoga e meditazione, che sarà fondamentale nella sua storia, perché la aiuterà a darsi il giusto valore.
E infatti, a gennaio 2020, con la pandemia alle porte, Clara riceve un’offerta di lavoro da un’azienda come giurista. E, complice il lavoro fatto sui suoi pensieri, fa una cosa totalmente inaspettata: affronta la sua prima richiesta di aumento salariale. Dai 1.250 euro che le offrono, Clara riesce ad arrivare a 1.600. Arrivata a questo punto del suo percorso, si rende conto di quanto il suo “disinteresse” per i soldi l’avesse portata a doversene preoccupare ancora di più. «Non è detto che, semplicemente perché stai facendo, ce la farai per forza, perché ci sono circostanze esterne che possono essere molto sfidanti e difficili».
Tue, 21 Jan 2025 - 13min - 142 - Episodio 93. Il mio obiettivo è diventare finanziariamente libero a 45 anni
Antonello Schiavo nasce a Sulmona, in Abruzzo, in una famiglia molto semplice. I soldi, per lui, sono ciò che lo separa dal suo obiettivo di breve termine: vestire alla moda, come tutti i suoi amici. «Mia madre sceglieva i vestiti al posto mio e questa esperienza ha avuto grandi ripercussioni quando ho iniziato a guadagnare, perché son finito a spendere un po’ troppo in abbigliamento. Però era ciò che mi mancava». Quando Antonello inizia a fare i primi lavoretti, sperimenta il sentimento di indipendenza legato al denaro, ma non riesce ancora a sviluppare una visione a lungo termine per ciò che guadagna. Neanche gli studi di Economia aziendale lo aiutano in questo: impara a gestire il conto economico di un'azienda ma non il suo personale.
Dopo un Erasmus in Polonia, decide di trasferirsi a vivere lì e trova lavoro per Google. Continua a spendere tutto il suo stipendio in viaggi e in abbigliamento. Della prima voce non si è mai pentito, ma la seconda viene profondamente messa in discussione da un incontro che fa a Danzica: quella che poi diventerà sua moglie gli fa scoprire che si può vivere bene con molte meno cose, magari di maggiore qualità. E così, Antonello inizia a disfarsi del di più, dandolo spesso in beneficienza.
Un secondo cambiamento cruciale nella sua relazione con i soldi, avviene quando riceve il primo aumento: «Fino a quel momento ero abituato a risparmiare sempre per obiettivi a breve termine, ma nel momento in cui mi sono ritrovato con un surplus, mi sono chiesto: "che cosa ci faccio?"». Questa domanda apre per Antonello una sorta di vaso di Pandora. Inizia a leggere libri di crescita personale e a studiare i temi di educazione finanziaria. Scopre che il risparmio è un'azione finalizzata a obiettivi di lungo termine e non è ciò che avanza ogni mese, ma una cifra messa da parte intenzionalmente all'arrivo dello stipendio. Dopo innumerevoli riflessioni arriva a darsi l'obiettivo di diventare finanziariamente libero entro i 45-50 anni: «Per me, l'indipendenza finanziaria non significa smettere di lavorare e trascorrere la giornata in spiaggia a sorseggiare cocktail, ma piuttosto avere la libertà di scegliere come impiegare il mio tempo».
Wed, 15 Jan 2025 - 15min
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