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L'ombelico di un mondo

L'ombelico di un mondo

Il Post

Il mondo, la politica, gli anni '50: raccontati dal posto dove è passato tutto. Un podcast del Post, scritto e raccontato da Claudio Caprara

23 - L'ottobre ungherese
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  • 23 - L'ottobre ungherese

    Negli anni Cinquanta c’è un’Ungheria che incanta il mondo: è quella della Squadra d’oro, la nazionale di Ferenc Puskás che umilia l’Inghilterra a Wembley e inventa un calcio che nessuno aveva mai visto prima. Nell’autunno del 1956, però, è un’altra Ungheria a sorprendere il mondo. Sono passati tre anni dalla morte di Stalin e pochi mesi dal XX Congresso del Partito comunista sovietico, nel quale Nikita Chruščëv ha denunciato i crimini dello stalinismo. In Polonia e in Ungheria cresce la speranza che sia possibile costruire un socialismo diverso e conquistare una maggiore autonomia da Mosca. Il 23 ottobre migliaia di studenti scendono nelle strade di Budapest. Chiedono libertà, il ritorno al governo di Imre Nagy e il ritiro delle truppe sovietiche. In poche ore la manifestazione diventa una rivolta, poi una rivoluzione. La statua di Stalin viene abbattuta, si combatte nelle strade, nascono consigli operai, giornali e radio passano nelle mani degli insorti. Per dodici giorni sembra possibile che la storia prenda un’altra strada. Questa puntata dell’Ombelico di un mondo racconta quei giorni attraverso le testimonianze di chi li visse e soprattutto attraverso le radio ungheresi, che seguirono gli avvenimenti quasi minuto per minuto. Quattordici persone del Post hanno dato voce ai loro annunci e alle parole dei protagonisti. Poi, all’alba del 4 novembre, i carri armati sovietici tornano a Budapest e la rivoluzione viene schiacciata. Ma le conseguenze dell’Ottobre ungherese arrivano molto lontano. Anche in Italia, dove il 1956 apre una frattura nella sinistra, divide comunisti e socialisti e costringe migliaia di intellettuali e militanti a interrogarsi sul loro rapporto con l’Unione Sovietica. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

    Wed, 21 Oct 2026
  • 22 - Il potere della fantasia

    Gianni Rodari è stato maestro, giornalista, scrittore e comunista. Ma soprattutto ha trascorso la vita a interrogarsi su una questione: a che cosa serve la fantasia? La nuova puntata racconta come Rodari è arrivato a considerarla uno strumento di libertà, capace di aiutare i bambini — e gli adulti — a capire la realtà, metterla in discussione e immaginare che possa essere diversa.Il racconto comincia il 9 gennaio 1950 davanti alle Fonderie Riunite di Modena, dove la polizia spara sugli operai in sciopero e uccide sei persone. Ai funerali c’è anche un giovane cronista dell’Unità: Gianni Rodari.La puntata descrive la sua infanzia, gli anni del fascismo, il lavoro di maestro, la Resistenza e l’iscrizione al PCI. E racconta la svolta del 1950, quando il partito gli chiede di lasciare l’Unità di Milano, per andare a Roma a lavorare al Pioniere. Rodari accetta controvoglia: teme di essere confinato in una scrittura considerata minore. Sarà invece l’inizio della sua storia di grande autore per bambini.Attraverso Rodari si racconta anche un pezzo della storia culturale della sinistra italiana: la discussione con Nilde Iotti sui fumetti americani, il rapporto con il Movimento di Cooperazione Educativa, l’incontro con le idee di don Lorenzo Milani, la riflessione sulla scuola e sulla necessità di liberarla dall’autoritarismo.È un percorso che porta alla Grammatica della fantasia e alla convinzione che possedere le parole significhi possedere uno strumento di emancipazione: «Tutti gli usi della parola a tutti», scrive Rodari, «non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo».La storia arriva fino all’aprile del 1980, quando più di 600 genitori di Imola chiedono alla Rai di intervenire contro Goldrake e Mazinga. Rodari, ormai negli ultimi giorni della sua vita, rifiuta ancora una volta il moralismo degli adulti: invece di condannare Goldrake, propone di ascoltare i bambini e capire che cosa ne fanno.Rodari rimase comunista fino alla fine, ma imparò progressivamente a diffidare delle verità confezionate. La fantasia diventò così una forma di emancipazione: non una fuga dalla politica, ma ciò che può impedire alla politica di trasformarsi in obbedienza.“Il potere della fantasia” è la nuova puntata dell’Ombelico di un mondo, il podcast del Post scritto e raccontato da Claudio Caprara. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

    Mon, 21 Sep 2026
  • 21 - Il socialista con il basco nero

    Pietro Nenni è stato uno dei leader politici più rilevanti del Novecento italiano. Ha conosciuto la povertà, il carcere, l’esilio, la guerra, il confino e il governo. È stato amico di Mussolini quando erano due giovani rivoluzionari romagnoli, poi il suo avversario più ostinato. Ha combattuto il fascismo pagando un prezzo altissimo: la deportazione e la morte ad Auschwitz della figlia Vittoria, una ferita che non si rimarginò mai.Questa puntata di L’ombelico di un mondo racconta l’uomo prima del segretario del Partito socialista. Il bambino rimasto orfano che scopre i libri in collegio, il giornalista che trasforma la scrittura in militanza, l’esule che attraversa l’Europa inseguendo la libertà, il socialista che prova a dare all’Italia una sinistra capace di governare senza rinunciare ai propri ideali.Ma racconta anche un’epoca in cui la politica pretendeva di cambiare il mondo e chiedeva ai suoi protagonisti di mettere in gioco tutto: gli affetti, la libertà, perfino la vita. Attraverso lettere, diari, testimonianze e documenti, emerge un Nenni ironico, inquieto, capace di grandi slanci e di dolorosi ripensamenti.È la storia di una vita in cui la politica non è mai stata una professione, ma una scelta esistenziale. Pietro Nenni ha sempre predicato che le idee hanno un valore solo quando si è disposti a pagarne personalmente il prezzo. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

    Fri, 21 Aug 2026
  • 20 - Brutta, povera e comunista

    Che cosa significa essere una rivoluzionaria di professione? Per Teresa Noce, nome di battaglia Estella, era una scelta che investiva ogni aspetto della vita. Significava accettare la clandestinità, l’esilio, i documenti falsi, il carcere, la deportazione e la separazione dai propri figli, convinta che la lotta contro il fascismo e per l’emancipazione delle classi popolari venisse prima di tutto il resto.Teresa Noce è stata una delle figure più importanti del comunismo italiano e una delle ventuno donne elette all’Assemblea Costituente. Il suo contributo alla nascita della Repubblica e alla conquista dei diritti delle lavoratrici è stato decisivo. Eppure oggi il suo nome è ricordato molto meno di quello di altri dirigenti della sua generazione.In questa puntata di L’ombelico di un mondo ripercorriamo una biografia che attraversa quasi tutto il Novecento: gli anni dell’Ordine Nuovo a Torino, l’incontro e l’amore con Luigi Longo, la clandestinità internazionale, l’esilio a Mosca e a Parigi, la guerra civile spagnola, l’arresto da parte della Gestapo, Ravensbrück e il lavoro forzato, il ritorno in Italia, la Costituente e le grandi battaglie sindacali.Ma raccontiamo anche il finale, forse il più amaro. Dopo aver dedicato l’intera esistenza al Partito comunista, Teresa Noce si trovò sola proprio quando rivendicò un diritto che riteneva elementare. Una vicenda poco conosciuta, che aiuta a capire non solo la storia di una donna straordinaria, ma anche le contraddizioni, le grandezze e i limiti del movimento comunista italiano. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

    Tue, 21 Jul 2026
  • 19 - La guerra fredda delle biciclette

    Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, la bicicletta fu il simbolo più popolare della modernità. Permise a milioni di operai, contadini e artigiani di spostarsi più rapidamente, allargare il proprio orizzonte e conquistare una libertà fino ad allora impensabile. Così nacque il ciclismo e il grande racconto epico dell’Italia popolare. La rivalità tra Gino Bartali e Fausto Coppi incendiò le passioni dell’Italia uscita a pezzi dalla guerra. Diversi per carattere, stile e immagine pubblica, finirono presto per rappresentare qualcosa che andava oltre lo sport. Bartali, cattolico praticante e iscritto all’Azione Cattolica, divenne il simbolo di un’Italia legata alla tradizione. Coppi, innovatore e protagonista di una vita privata che sfidava le convenzioni del tempo, apparve invece come l’emblema di un Paese che guardava al futuro. Erano gli anni della Guerra fredda, quando il mondo era diviso in due blocchi contrapposti e anche gli italiani erano chiamati quotidianamente a scegliere da che parte stare. Stati Uniti e Unione Sovietica, Democrazia cristiana e Partito comunista, Don Camillo e Peppone... In quel clima perfino il ciclismo finì per diventare una metafora della grande divisione del Novecento. Così Bartali e Coppi vennero trasformati, quasi loro malgrado, nei protagonisti italiani di quella contrapposizione. La leggenda del Bartali cattolico e del Coppi comunista era in gran parte una semplificazione, ma milioni di italiani si riconobbero nell’uno o nell’altro come se scegliessero una parte del Paese. La nuova puntata dell’«Ombelico di un mondo» racconta come due corridori siano diventati il simbolo su due ruote di un mondo diviso. Sullo sfondo scorrono la fotografia della borraccia al Tour del 1952, il mito della vittoria di Bartali dopo l’attentato a Togliatti, la vicenda della Dama Bianca e la morte prematura di Coppi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

    Sun, 21 Jun 2026
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